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Monsignor Ferro, Nunnari: «Un vescovo povero e aristocratico»

22/06/2020

Sceso dalla macchina arrivò con passo veloce sul sagrato della Chiesa del Carmine, senza tuttavia, nell’incedere, perdere quell’atteggiamento di autorevolezza e semplicità allo stesso tempo che la sua figura naturalmente emanava, nonostante la tensione che si leggeva sul suo volto. L’abate di Santa Maria e dei XII Apostoli di Bagnara, rettore anche del Santuario della Madonna del Carmine, monsignor Domenico Cassone, un sant’uomo, gli s’inginocchiò davanti, affranto, in lacrime, interrompendo la sua camminata svelta. Nottetempo era stato compiuto un furto sacrilego nell’antico tempio risalente alla fine del XVIII secolo e il vescovo, appena informato, era accorso subito da Reggio. La profanazione di una chiesa per un pastore come Giovanni Ferro, vescovo «sperimentato ed ammirato», come dirà chi l’ha conosciuto era una ferita dolorosa: un atto sacrilego grave, al di là del valore intrinseco degli oggetti sacri sottratti.

Era la prima volta che vedevo da vicino il vescovo Ferro che, avevo sentito dire, durante una messa, nel giorno dell’Epifania, appena qualche anno dopo il suo arrivo nella città dello Stretto, si era sfilato all’improvviso dal collo la preziosa croce pettorale che la città di Genova (dove era stato parroco) gli aveva donato – al momento della sua partenza per la Calabria – deponendola nel vassoio delle offerte; avviando, con quel gesto puro, spontaneo, una raccolta di fondi per la costruzione di case per i senza tetto del rione Ravagnese, alla periferia sud della città. Si confermava la sua già nota fama di «vescovo senza soldi» che donava di continuo tutto ciò che possedeva ogni giorno e in ogni luogo dove capitava. Ero un giovane cronista della Gazzetta del Sud – corrispondente da Bagnara – quando lo incontrai per la prima volta, in quelle circostanze del furto sacrilego. Avrei imparato a conoscerlo successivamente con le testimonianze di personalità religiose e laiche che gli erano state vicino e che hanno donato a me, più avanti, amicizia arricchente e fertile: il vescovo Giuseppe Agostino, il vescovo Salvatore Nunnari, il politico Giuseppe Reale, il dirigente delle Acli Francesco Massara e don Rosario Pietropaolo che da giovane parroco di Melia lo frequentava assiduamente, poiché nel periodo estivo nel piccolo villaggio preaspromontano Ferro trascorreva lunghi giorni di riposo e meditazione facendo la spola quasi ogni giorno con Reggio.
 
«Visitava tutte le famiglie, ad una ad una, anche nei casolari più abbandonati e faceva il catechismo ai bambini», ricorda don Rosario, oggi abate della “Matrice”, a Bagnara. È come averlo conosciuto in una quotidiana frequentazione che per motivi anagrafici non c’è potuta essere e anche perché il lavoro intrapreso di giornalista professionista mi ha poi portato lontano da Reggio, per moltissimi anni. Ma il gravitare nel mondo cattolico, soprattutto la vicinanza ad Agostino e Nunnari, mi ha legato alla figura paterna del vescovo «povero e aristocratico» che come un faro nella notte ha illuminato la vita della Chiesa reggina; ancora adesso impregnata del suo intenso insegnamento. È stato difficile per tutti i vescovi arrivati dopo di lui succedergli nella guida della diocesi piena di memorie della sua missione e della sua partecipazione, viva e consapevole. C’è traccia ovunque, di Ferro, nelle comunità della chiesa reggina: dal Tirreno allo Jonio, dai borghi marini alle contrade dell’Aspromonte, ai villaggi dei greci di Calabria sconvolti più volte da calamità naturali e che si sono visti a fianco solo il pastore Giovanni Ferro, nell’indifferenza e nell’assenza dello Stato. Mi raccontava monsignor Agostino, per spiegare la scelta radicale di povertà di monsignor Ferro, la storia del suo pigiama vecchio e consumato: «Una volta che per ragioni d’ufficio dovetti entrare nella sua camera da letto durante un suo periodo di malattia rimasi sorpreso del suo pigiama pulitissimo ma consumato, liso e rattoppato con scritto sul taschino padre Ferro, col nome, come si soleva fare in alcune comunità religiose. Quel pigiama aveva almeno vent’anni. Quel giorno ho scoperto che il mio vescovo così dignitoso, solenne, era in fondo tale, perché rivestito di Cristo».
 
Era un vescovo che «non aveva né borsa, né sandali, né bisaccia», che sembrava fosse uscito dalle pagine del Vangelo, diceva Agostino. Ferro fu vescovo amatissimo che seppe parlare al cuore della gente: uomo di Dio che visse la povertà povero ed amico dei poveri e «scelse la santità in tempi in cui molti scelgono il palcoscenico», scrisse su L’Avvenire di Calabria alla sua morte l’allora direttore del giornale don Pippo Curatola. Ferro si legò a Reggio per sempre nei giorni forse più difficili della storia della città: la ribellione popolare del 1970 per il capoluogo di regione. Una storia pasticciata che, al di là della rivendicazione, legittima o meno, di un popolo intero, ha mostrato il volto “nemico” di uno Stato solo colonizzatore e repressore. Ferro non ebbe dubbi da che parte stare e mise in campo il suo carisma e la forte personalità: «Sono con voi, soffro con voi e da padre vi dico non facciamo soffrire le famiglie…Il diritto di Reggio deve essere difeso senza ricorre alla violenza». Erano le parole di un pacificatore ma fu attaccato dai media e in Parlamento per l’adesione alla protesta dei reggini. «La sua colpa – scrisse don Nunnari – era aver portato la Chiesa alla vera missione di raccogliere i gemiti della sofferenza e di farsi voce credibile contro le violenze e i soprusi». Quanto amasse il Sud il vescovo del Nord lo si evince da un suo intervento ad un’assemblea della Cei in risposta ad un prelato che sollecitava interventi per il Meridione con proposte che avevano il senso dell’assistenza, dell’elemosina: «Il Sud – disse– non è un’area da assistere ma da far crescere, da integrare, soprattutto non è chiamato solo a ricevere ma a donare. E il Paese ha bisogno del Sud, dei suoi valori». Era questo Giovanni Ferro il pastore di anime piemontese che si innamorò del suo gregge calabrese.
Mimmo Nunnari


fonte: www.avveniredicalabria.it




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