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La diocesi di Cassano Jonio in festa per l'Anniversario di ordinazione sacerdotale di mons. Francesco Savino

24/08/2020

 “Sembra ieri” – come di solito si dice in queste circostanze – eppure son passati 42 anni da quel 24 agosto 1978, memoria liturgica di san Bartolomeo apostolo ed anno dei tre Papi, quando situando le sue mani in quelle del Vescovo mons. Aurelio Marena e consegnando la sua vita nell’utero amorevole e fruttuoso della Chiesa, il giovane sessantottino Ciccio Savino ha proferito col timbro della definitività il suo eccomi ufficiale, per essere, per sempre, sacerdote di Cristo. È in un tempo in cui la secolarizzazione si elargiva a macchia d’olio e la nuova civiltà industriale sperava di poter trascurare del tutto il sacro, il giovane don Ciccio si fa testimone del contrario, specie attraverso la sua bella concezione della gioia del cristianesimo.
Ogni sacerdote, prescelto tra gli uomini, viene istituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Nessuno si può attribuire questo onore se non chi è chiamato da Dio” (Eb. 5, 1.4)
Ci si pone infatti pieni di stupore e di ammirazione di fronte al mistero di persone che sanno raffigurare un valore ormai fuori moda in questa nostra società liquida e decomposta: la fedeltà.
Celebrare un anniversario significa sempre andare indietro nel tempo, ricordando un fatto già avvenuto, e farne memoria nell’oggi.
Ogni anniversario per un prete è il baleno per un prospetto temporaneo. Non è il resoconto finale. È la sosta in cui si ripiglia fiato per ripartire con più slancio di prima. Si tratta di un traguardo raggiunto per ripartire e, con il bagaglio delle esperienze acquisite, continuare l’impegnativa missione sacerdotale. La vita di un sacerdote è sicuramente una esperienza straordinaria.

Ed è giusto, allora, in questo giorno così singolare per il nostro amato vescovo Francesco, contemplare la grandezza del Sacerdozio.
È legittimo, perciò, domandarci: “Chi è il sacerdote?” È un nostro fratello scelto da Dio tra il suo popolo e consacrato per essere continuatore dell’opera salvifica di Gesù Cristo.
È figlio dell’uomo che ha il potere di far diventare gli uomini figli di Dio.
È povero perché ha lasciato tutto per mettersi alla sequela di Cristo, ma è dispensatore di incommensurabili ricchezze.
È debole per la sua umana fragilità, ma ammannisce il cibo dei forti che alimenta l’eroismo dei martiri.
È servo perché ad imitazione di Cristo è istituito per servire non per essere servito, ma al suo cospetto si prostrano gli Angeli del cielo e cadono in ginocchio i Sovrani della terra.
È fragile e mortale, ma nell’esercizio del suo ministero garantisce agli uomini l’immortalità.
S. Agostino, con la profondità che gli consente il suo genio, afferma che il pastore costituisce il vertice di tutte le grandezze.
E Padre Monsambrè, contemplando il capolavoro voluto da Cristo, poteva affermare che nessuno è più grande di quel piccolo povero uomo che rimette i peccati e celebra l’Eucaristia.
Nessuno è più grande di quel piccolo povero uomo: neppure gli Angeli né manco la Madonna, perché solo lui, in persona Christi, ha il potere di rimettere i peccati e di accogliere tra le sue mani benedette il Cristo vivo sotto le specie eucaristiche.
 Noi possiamo solo immaginare le difficoltà di una vita spesa tutta per la Chiesa, ma osservando la testimonianza di don Ciccio, si percepisce la bellezza di una vita donata a Cristo, all’uomo e alla Chiesa. La dimensione più profonda dell’identità presbiterale si manifesta nella carità pastorale del sacerdote, fatta di accoglienza, umiltà e dono di sé senza riserve: dove questa manchi, si appanna l’immagine stessa di Cristo nel Suo ministro. E di Mons. Savino si può dire, senza il timore di essere smentiti, che oltre alla grande competenza pastorale e alla intelligente dedizione al ministero, abbiamo potuto apprezzare l’onestà intellettuale, la sensibilità per i problemi sociali, l’interesse appassionato per la crescita del nostro territorio, in ogni sua forma. Non gli manca il coraggio cristiano di chiedere a tutti la conversione, come cambiamento di atteggiamento, uscendo dall’io, per ritrovare gli altri, aprendoci al Padre, che donandoci la salvezza della Pasqua ci apre a cammini di vita e di speranza. Nei sui ricchi interventi, afferma sistematicamente che una Chiesa si rinnova solo se evangelizza Gesù, se lo evangelizza nelle nuove situazioni e nelle nuove istanze culturali, con nuovi linguaggi ed in nuovi spazi. È convinto assertore che l’au¬tentico cristianesimo, come accoglienza vitale di Cristo, è autentico umanesimo.
Mons. Savino viene dalla Puglia terra tenace, ricca di tradizioni e di fede, dall’amore appassionato alla Madonna e dalla devozione sincera a San Pio da Pietrelcina.  Ed è, come san Pio, figlio della santa Chiesa pugliese dove ha maturato la sua vocazione cristiana e sacerdotale, in un contesto familiare splendido per la semplicità, l’onesta, la fede e la carità verso il prossimo.

Culturale si è formato in un con¬testo squisitamente accattivante, dove la compresenza del mondo bizantino e di quello latino costituisce una ricchezza incommensurabile. In terra di Puglia, ogni giorno, si è come sollecitati al dialogo con le diversità e a vivere la bellezza della Pentecoste che ci fa riattualizza la forza propulsiva della Pasqua.
Questo lo rende par¬ticolarmente equipaggiato anche di fronte alle nuove sfide: inculturazione della fede, incarnazione del vangelo e mediazio¬ne culturale lo trovano brillantemente attrezzato nei percorsi che dalla complessità devono condurre all’unificazione e dalla frammentazione all’armonia.
Savino è un pastore che sa affrontare a livello critico-scientifico il problema di una sintesi tra “cultura, storia e fede”, nella convinzione che un messaggio di salvezza non mostra la sua “universale efficacia” se non operando a fondo, e non solo a livello epidermico, nel luogo culturale nel quale l’uomo concretamente e storicamente vive.
Ha un debole per il mondo delle scienze e questo lo fa in¬terlocutore privilegiato e consulente etico di nomi di grosso spessore culturale. Mostra grande stima per la pietà popolare e nutre un amore viscerale, teologicamente fonda¬to e annunciato, verso la Vergine Maria.
Ci ha aiutato a scoprire il valore del “pellegrinaggio” co¬me metafora della vita è “via” della Chiesa in perenne condi¬zione esodale. Nel suo stile di vita si profila una nuova cultura che si traduce nella differenza qualitativa della fede, nell’esperienza del discepolato e nell’etica della visitazione. Qui sta la forza rivoluzionaria di una vita che non si accontenta dell’ordine esistente e lotta per ricreare una realtà il cui significato sta nel convivere nell’amore e nella costante ricerca della dignità dell’altro.
È “magister fidae” e annunciatore di spe¬ranza. Attentissimo all’universo scolasti¬co e a quello giovanile - universitario ed al mondo del lavoro. Ha piena consapevolezza che la “cura animarum” ossia il mi¬nistero di evangelizzazione e di santificazione è e resta il com-pito principale del vescovo. Sull’esempio di Cristo, realizza con tenacia e fedeltà il motto programmatico del suo episcopato: Caritas Christi urget nos (2 Cor 5,14).  Come un tessitore di unita sa discernere e sostenere tutti i carismi nella loro meravigliosa diversità. Non si impone! Preferisce essere ama¬to anziché temuto. Incoraggia, dà fiducia, sostiene chiunque ha desiderio e volontà di compiere il bene e cooperare alla costruzione del Regno.

È convintissimo che la Chiesa oggi si gioca il suo futuro con i poveri non solo di denaro ma anche di fede e di speranza.
La povertà, secondo Savino, è effettivamente la ricchezza della Chiesa, ne è il volto più rilevante e, scusatemi l’adeguazione verbale, la sua vera forza di contrattazione nell’intricata bagarre delle potenze umane. Con questa originale garanzia essa, nell’agitata concorrenza del mondo, presenta il suo tesoro, la sua merce di cambio che è l’Amore nel prezzo della Croce. La povertà è il vero segno di credibilità della Chiesa ed è il punto su cui – dobbiamo confessarcelo con grande realismo come ama dire mons. Savino – siamo tanto discussi
In lui non vi è ombra di un difetto oggi assai diffuso negli uomini di governo: la “burbanza”.  Ha conservato l’umiltà e la semplicità delle origini nonostante il peso della gloria E ciò che è più bello, è ancora capace di commozione e di lacrime. Insomma un uomo che eccelle per valore, per sapienza, per integrità, per prudenza, perciò Epìskopos, Apostolo, Angelo, Pastore nella Chiesa Santa di Dio che è in Cassano All’Ionio.

Il Signore, che conosce i cuori degli uomini, in particolare le gioie e le sofferenze dei Pastori, Lo ricompensi come solo Lui sa fare e continui a colmarLo dei suoi doni.
Auguri Eccellenza.


                                                                              don Pietro Groccia, Vicario diocesano per la Cultura



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