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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "La ricerca della verità è prerogativa di pochi"

06/09/2020

Siamo incapaci di riconoscere il male e chiamarlo col proprio nome.
«La gente esige la libertà di parola per compensare la libertà di pensiero, che invece rifugge».

Il giudizio tagliente del filosofo Soren Kierkegaard, spogliato del suo fulminante sarcasmo, resta come provocatorio invito alla riflessione in tempi in cui la libertà di espressione è divenuta un dogma che ha fatto diventare la società da aperta a intollerante.

Nel tempo della finta uguaglianza, quello in cui esiste un gregge indistinto e senza pastore, il politicamente corretto - nato come metodo per rispettare le diversità e le sensibilità altrui - ha finito per divenire la briglia da mettere a quanti coltivano pareri differenti rispetto a quelli che i pensatori di riferimento impongono come modello culturale da seguire. Gli effetti si vedono e cominciano ad essere devastanti: lasciando i cittadini in balia di una infinità di idee ed ideologie spesso in competizione tra loro, si è favorita la paralisi della ricerca della verità. Non a caso le idee, oggi, non vengono più valutate per la loro coerenza, ma semplicemente per la capacità di attirare l’attenzione dei più, magari facendo leva sugli istinti. Ecco allora che le porte dell’emarginazione e del pubblico ludibrio si spalancano davanti a chi, spinto dall’ansia di verità a contestare la diffusione di credenze fallaci, vede le proprie opinioni tacciate di violenza solo perché dolorose per i tutori del politicamente corretto.

La conseguenza diretta ed immediata di tale stato di cose è l’incapacità di riuscire a riconoscere il male e persino di chiamarlo col suo vero nome. È il paradosso del liberalismo, che garantisce la possibilità di scegliere tra opzioni all’apparenza diverse, in realtà omogenee. È l’involuzione di un modello politico e culturale che, nato dal seme della libertà, affida quest’ultima quasi esclusivamente ai detentori del potere finanziario. Per dirla con Carl Schmitt, gettando uno sguardo anche al cristianesimo, si assiste ad un processo di continua neutralizzazione dei riferimenti ideali, sostituiti dalla pura razionalità e dall’individuazione di un punto di coesione neutro nella tecnica e nell’economia.

Il rimedio a ciò, evidentemente, non è trasformare in idolatria il principio della libertà di espressione, fino a svuotarlo di ogni senso e contenuto, ma valorizzarlo ricominciando a praticarlo nella quotidianità. Senza negare l’evidenza di un mondo divenuto plurale, si tratta probabilmente di riappropriarsi di riferimenti etici e valoriali condivisi. Non è un caso, del resto, che la questione sia stata affrontata da papa Francesco sin dai primi giorni del suo pontificato, con il monito «ai falsi amici che sembrano tanto amabili nel linguaggio, ai corrotti che con questo linguaggio cercano di indebolirci, mentre Gesù chiede che il vostro parlare sia evangelico: sì sì, no no».

Tornava, in quell’appello, l’invito «al parlare dei semplici, con anima di bambini». E riecheggiavano due parole: amore e verità. Con una sollecitazione che vale quale lezione quanto mai attuale: «Parlare in verità dall’amore».

                                                                               + Vincenzo Bertolone



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