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L'omelia del Vescovo Mons. Francesco Savino per la XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

03/10/2020

Questa pagina evangelica richiede molta attenzione, è un racconto a più strati il primo dei quali riguarda il rapporto padrone (Dio), vigna (Israele, e in Israele leggi Chiesa e umanità), contadini (capi dei sacerdoti, anziani del popolo, farisei: Mt 21,23.45) e servi (profeti). Gesù ricollegandosi alla secolare tradizione del «cantico della vigna» (Is 5; Ger 2,21; Ez 19,10-14; Os 10,1; Sal 80;Gv 15) ne contempla simultaneamente il tempo della nascita, l'atto di fondazione dovuto alla passione d'amore di un Tu che esce dalle sue solitudini per darle vita; il tempo della crescita legato all'invio di guide il cui compito o lavoro consiste nel non privare la vigna della conoscenza della Torà-Legge (Os 4,4) la cui accoglienza fa maturare l'uva eccellente del diritto, della giustizia, della benevolenza e della pace; e il tempo del raccolto inviando di volta in volta i suoi amici-profeti a verificarne la qualità. Un invio non gradito alle guide che puntualmente bastonano, uccidono e lapidano i mandati da Dio percepiti come coscienza critica al loro operato. Siamo al cospetto di un fenomeno che accompagna da sempre Israele, le Chiese, le religioni e la società civile, quello del rapporto istituzione-profezia, come dice padre Giancarlo Bruni.
Gesù rivolge la parabola a tutti e, in modo particolare, alle autorità religiose che non colgono la novità di Dio in Lui, il Figlio Unigenito.
La vigna, coltivazione diffusissima nel Mediterraneo, richiede anni di lavoro, di cura e di attenzione da parte del vignaiolo. Per queste ragioni, già dai tempi dei profeti, era descritta come metafora dell’amore tra Dio e il suo popolo.
Nella prima lettura, il profeta Isaia, nel “il canto di amore dell’amante per la sua vigna”, parla di un vignaiolo che aveva vangato la terra, l’aveva liberata dai sassi e vi aveva piantato ceppi scelti di vite. L’aveva anche ornata con una torre in cui aveva posto un tino. Dopo tanta cura e premura, si aspettava dalla vigna un’uva buona e bella, invece essa aveva prodotto soltanto grappoli di uva immangiabile.
Appena Gesù inizia a raccontare la parabola, gli ascoltatori, che conoscono bene le parole di Isaia, comprendono che Egli sta parlando del rapporto fra Dio e Israele, sua vigna.
Il proprietario della vigna affida la sua cura ai mezzadri e se ne va lontano; giunta l’ora della vendemmia, manda i suoi servi per ritirare il raccolto che è di sua proprietà. Ma coloro che vi hanno lavorato pensano di essere padroni della vigna, come succede molto spesso a coloro che presiedono e che spadroneggiano dimenticando di essere servi.
Succede dunque che “i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo”.
Per la sua makrothymía (sentire in grande, pazienza), il padrone della vigna decide di inviare suo figlio, sperando che, vedendo il suo figlio amato, i contadini lo rispettino e gli consegnino il frutto della vigna. Ingenuità di questo padrone? No! Egli vuole mantenere l’alleanza con coloro a cui ha affidato la vigna.
Cosa avviene invece? “Al vedere il figlio”, quei contadini si lasciano andare al desiderio ancora più grande di diventare padroni della vigna, perciò dicono tra sé: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Essi escludono il figlio dalla sua vigna, lo prendono, lo gettano fuori, poi lo uccidono.
Gesù, alla vigilia della sua passione e morte, sta parlando di sé attraverso la parabola di questi vignaioli. Dice ai suoi ascoltatori che è stato mandato dal Padre nella vigna di Israele, che è consapevole della sua fine e che non si sottrae alla volontà di chi vuole ucciderlo perché il giusto viene rigettato ed eliminato dal mondo che è ingiusto.
Ma “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”.
Alla domanda che Gesù pone agli ascoltatori “Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”, essi rispondono:  “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
Il commento di Gesù “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” indica chiaramente che la vigna è stata tolta a quei capi di Israele e data ai poveri nello spirito e ai miti che, secondo la promessa del Signore, erediteranno la terra.
Stiamo attenti a non scaricare su Israele l’accusa di questa parabola senza pensare alle “vigne” delle “chiese” di oggi.
Buona Domenica.
                                                                     

                                                                + Francesco Savino

testi biblici (Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43)



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