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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "Il coraggio di educare"

04/10/2020

«L’istruzione ha prodotto un gran numero di persone capaci di leggere, ma incapaci di distinguere quello che merita di essere letto».
Nei giorni in cui anche in Calabria gli studenti sono tornati tra i banchi di scuola, il corrosivo aforisma dello storico inglese George Macaulay Trevelyan suona come esortazione ad una riflessione sul concetto, più ampio e generale, di educazione. Non c’è dubbio: saper leggere, fare di conto, apprendere dati, acquisire titoli non vuol dire essere istruiti, men che meno maturi. Capacità di giudizio, formazione personale, intuizione critica sono doti che si ottengono non sempre e comunque non solo in un’aula scolastica. Ed è qui che il discorso si sposta sia sulla necessità di assicurare al mondo della scuola gli strumenti adeguati per compiere al meglio la propria missione, sia sulle famiglie, cioè l’ambito all’interno del quale la crescita personale di ognuno inizia e si completa. Oggi i figli sono stati trasformati in specchio delle aspirazioni dei genitori, per effetto di una mutazione antropologica intervenuta nell’ultima parte del secolo da poco trascorso e di una tendenza al passaggio da una società dell’appartenenza ad una dell’individualismo narcisistico. Ma se è vero che i figli non possono restituire ai genitori l’infanzia, che forse ad essi è mancata, altrettanto lo è il dato che la caccia alle colpe delle famiglie, di gran moda negli ultimi tempi, va sospesa: non è utile. Lo è, invece, aiutare i genitori nel difficile compito che li attende, nel quale non vanno lasciati soli.

Nessuno può sentirsi escluso da questa chiamata al senso di responsabilità: tutti siamo tenuti a rinnovare e reintegrare, in qualche modo, l’impegno comune per un nuovo patto educativo. «Pensare all’educazione -ricorda papa Francesco- non è solo trasmettere concetti, ma è un compito che esige che tutti coloro che ne sono responsabili vi partecipino in modo solidale». Pensare all’educazione, aggiunge il Santo Padre, «è pensare alle generazioni future e al futuro dell’umanità». Educare è comunicare, ma anche testimoniare, e tanto l’educazione quanto la comunicazione richiedono persone autentiche, capaci di accogliere la sfida che l’altro talora rappresenta e di rispondervi con sollecitudine, pazienza, competenza, virtù civili ed umane.

Occorre allora ricuperare il coraggio di educare nell’orizzonte di un umanesimo cristiano. L’invito è a rinnovare la passione per un’educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione. Oggi, infatti, occorre fare del prossimo persone mature, capaci di superare divisioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna. È impresa ardua e faticosa, ma irrinunciabile: come osservava Carlo Maria Martini, «educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto».

                                                                                                                        + Vincenzo Bertolone



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