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Lettera pastorale dell'Arcivescovo Bertolone nella memoria gioiosa del “Battesimo” della diocesi. «Perciò, ecco, io…/ la condurrò nel deserto/ e parlerò al suo cuore» (Os 2,16)

20/10/2020

Carissimi ministri ordinati nel sacerdozio ministeriale e nel diaconato! Carissimi consacrati e consacrate! Carissimi fedeli laici! Carissimi ammalati, persone allettate e sole! Carissimi ragazzi e giovani, con tanta voglia di volare e paura di cadere!

1. Fare memoria del “battesimo” della diocesi. Meditiamo sul versetto parlerò al suo cuore del profeta Osea, all’inizio di questo straordinario anno pastorale 2020-2021, durante il quale faremo memoria della erezione della diocesi e della dedicazione della nostra chiesa cattedrale. Tali ricordi sono un po’ come la memoria collettiva del nostro Battesimo individuale, che noi cristiani dovremmo ricordare più del giorno della nascita e quindi del compleanno. La tradizione apostolica (inizio del terzo secolo) attesta l’antichità e solennità del rito battesimale cristiano: «Venuto il momento di dare il battesimo, il vescovo consacra l’olio, che mette in un vaso: è chiamato olio consacrato. Prende poi dell’altro olio e fa su di esso l’esorcismo: è chiamato olio dell’esorcismo […]. Ciascuno di quelli che devono ricevere il battesimo si presenterà davanti al presbitero. Questi gli ordinerà di fare la rinuncia usando le parole: “Rinuncio a te, Satana, a ogni tuo servizio e a tutte le tue opere”. Dopo che uno ha fatto la rinuncia, [il presbitero] lo ungerà con l’olio dell’esorcismo, dicendogli: “Che ogni spirito [cattivo] si allontani da te”. In questo modo lo farà passare nudo dal vescovo o dal presbitero che sta presso l’acqua per fare l’immersione. Un diacono scenderà con lui in questo modo. [...] Quando sarà risalito, verrà unto dal presbitero con l’olio consacrato con queste parole: “Io ti ungo con l’olio santo nel nome di Gesù Cristo”. E così ciascuno dopo essersi asciugato si vestirà e poi [tutti] entreranno nella chiesa. Il vescovo allora imponendo loro la mano farà questa invocazione: “Signore Dio, che li hai resi degni di ottenere la remissione dei peccati mediante il bagno della rigenerazione dello Spirito Santo (cfr, Tt 3, 5), manda su di loro la tua grazia, perché ti servano secondo la tua volontà. Tua è la gloria, Padre e Figlio, con lo Spirito Santo, nella santa Chiesa, ora e nei secoli dei secoli”. “Amen”. Quindi versando l’olio consacrato nella sua mano, la imporrà sulla testa [di ciascuno] dicendo: “Ti ungo con il santo olio in Dio Padre onnipotente e in Cristo Gesù e nello Spirito Santo”. E dopo averlo segnato sulla fronte, gli darà il bacio dicendo: “Il Signore è con te”. E colui che è stato segnato risponderà: “E con il tuo spirito». Da questo momento pregheranno insieme con tutto il popolo; non possono infatti pregare con gli altri fedeli se prima non hanno ricevuto tutto ciò» (n. 21). Ora, se la memoria del Battesimo è fontale per il credente, non deve esserlo altrettanto la circoscrizione religiosa (diocesi) ove siamo nati, battezzati, formati, condotti, mediante la preghiera, la catechesi, i sacramenti e la carità fino alla perfetta statura di Cristo?

2. Voglio parlarvi cuore a cuore. Per questo, carissimi, la Parola di Osea, mi è sembrata la parola biblica più idonea a ricordare al nostro cuore il dialogo intenso d’amore che Dio ha voluto stabilire con tutti noi, soprattutto nei momenti di crisi, di dolore, di malattia, di lutto, cioè quando si è più disponibili a “mettersi a nudo” davanti all’Altissimo, a riconoscere i nostri continui tradimenti allontanandoci da lui, ad invocarne la presenza amorosa chiedendogli segni concreti di affetto, di vicinanza, di cambiamento. Quel dialogo intenso d’amore con Israele, attestato dall’oracolo di Giobbe, è divenuto nel tempo dialogo con ogni parte della terra, quindi anche con questo nostro territorio diocesano che, fin dalla metà dell’anno Mille, nella località compresa tra Cridin, Castrum e Taverna (per due delle quali la lingua greca bizantina diceva “Catanzaro”) fu chiamato ad edificare anche un segno di quell’amore perenne tra l’Assoluto e noi: ecco sorgere una rocca, un altare e una cattedra episcopale: altrettanti segni di insediamento, coesione sociale e fede cristiana, ma soprattutto simboli forti e stabili di fedeltà nell’amare Dio. Poi, alla vigilia di una nuova stagione del medioevo meridionale, fu eretta una fortezza bizantina nell’ambito più vasto del sistema di difesa imperiale dell’Jonio dai Saraceni. Nel basso medioevo, quell’importante località ebbe un Vescovo, la cui figura si consolidò in età normanna quando viene registrato l’atto di nascita della diocesi e della cattedrale di Catanzaro. L’Amata dei tempi antichissimi, a cui fa allusione la profezia di Osea, oggi è l’amata nostra Chiesa particolare nell’anno pluricentenario del suo “battesimo”! Essa viene di nuovo chiamata da Dio e quasi sottoposta a un confronto/giudizio, un vero e proprio bilancio circa il “patto d’amore” antico. Come leggiamo nel secondo capitolo di Osea, l’Altissimo parla con i fratelli discendenti del “popolo mio” e con le sorelle discendenti della sua “amata”: una coppia originaria, creata in principio, i cui discendenti non sempre tengono fede al patto coniugale iniziale. Oggi, nel fare memoria del “Battesimo” della nostra cattedra diocesana, noi figli e figlie di questa storia millenaria siamo chiamati a un’analoga “messa a punto”.

3. “Ritornerò al mio marito di prima”: esame di coscienza circa gli errori e i peccati commessi. La prima parte dell’oracolo di Osea è una serie di rimproveri, pronunciati lungo la corda dei simboli coniugali, all’amata da Dio, dimostratasi ingrata per avere mal corrisposto all’amore del marito: «lei non è più mia moglie/ e io non sono più suo marito!» (Os 2,4). Giacché si è concessa ad altri amanti, si è coperta di vergogna come una prostituta o come un’adultera, lasciandosi abbindolare da false promesse materiali. Quanto alla nostra cattedra, l’Altissimo c’invita anzitutto all’esame di coscienza, cioè a rendersi consapevoli delle cadute, delle mancanze, dei crolli… non soltanto materiali - come quello avvenuto durante la predicazione quaresimale del 1583, a causa dei terremoti dei secoli XVII-VIII, e dei bombardamenti all’ultima guerra, fino all’attuale chiusura per urgenti lavori di ristrutturazione. Chi come noi, compie un sereno esame della coscienza, non può non constatare i tanti, troppi, errori ai quali magari inconsapevolmente ci si è adattati. Tuttavia, il Misericordioso e l’Onnipotente, mentre mostra la gravità degli errori e della prassi negativa alla sua sposa, già la cinge con accortezza di presidi spirituali e morali che la attirino a sé, affinché torni al primo amore, quello che non dev’essere scordato mai: «Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima,/ perché stavo meglio di adesso”» (Os 2,9). Non sono subito dei presidi positivi, anzi da parte del vero Dio sono delle recriminazioni, quasi “vendette”, soprattutto per espiare i peccati di ordine religioso (nel caso di Israele antico, il culto di Baal): «La punirò per i giorni dedicati ai Baal,/ quando bruciava loro i profumi» (Os 2,15).

4. Verifiche spirituali per l’anno del Battesimo della diocesi. In costruzione già dal 1055, la nostra Cattedrale fu dedicata solo nel 1122, alla probabile presenza del papa Callisto II e del vescovo Giovanni Capuano Romano (1122-1151). Nei centenari o, addirittura nel millenario, le parole dell’oracolo di Osea risuonino oggi come un monito nell’anima del Vescovo, dei presbiteri e dei laici: come ci siamo comportati, carissimi, nei confronti della nostra madre-Chiesa, dal cui grembo siamo stati tutti battezzati per la nuova nascita? L’amiamo di amore esclusivo, stabile, fedele? Seguiamo gli esempi della Vergine Assunta e dei santi patroni che accompagnarono la nostra cattedra nella preistoria e nella storia? Dall’antica Matrice, dedicata a san Michele Arcangelo, alla dedicazione ai SS. Apostoli Pietro e Paolo; dai corpi dei santi Ireneo e Fortunato, alla reliquia di san Vitaliano (prima custodita a Benevento) è tutta una sequenza, quasi una “processione” di appelli ripetuti, attraverso la Vergine e i Santi, alla conversione, al cambiamento di vita e di mentalità, all’imitazione della Madonna e dei Santi: fino a che punto li abbiamo conosciuti e imitati, carissimi? Abbiamo forse seguito altri amori e ci siamo dimenticati di Dio e dei suoi santi, o forse li abbiamo relegati nell’ambito degli aspetti coreografici e periferici della nostra esistenza? Quando ripensiamo a questi terribili mesi di pandemia, vediamo, insieme con tanto bene e tanta generosità, anche tanti silenzi, tanti abbandoni, tanti allontanamenti, tanti rischi. Il distanziamento sociale e lo stare prevalentemente in casa in alcuni casi, ci hanno non soltanto distanziato fisicamente dagli edifici sacri, dalla partecipazione in presenza alla Messa, dalla pratica sacramentale, ma ci hanno anche fatto “mentalizzare” che di Dio, della sua misericordia nella Confessione, dell’approfondimento catechistico della sua Parola, delle celebrazioni liturgiche, dello studio della Bibbia, della prossimità ai poveri si potrebbe anche fare a meno. Come dicono alcuni, c’è ben altro a cui pensare quando il timore del contagio avanza, l’economia va sottosopra, la corruzione e le mafie occupano nuovi spazi, l’azione politica segna il passo. Se dovessimo trovarci in una di queste condizioni, carissimi, non bisogna disperare, ma fare appello alla misericordia del nostro Dio il quale, allo scopo di convertirci e trasformarci il cuore, ci ripete un rimprovero: è il lamento di un innamorato, che implora di non essere messo nel “dimenticatoio”: «… si adornava di anelli e di collane/ e seguiva i suoi amanti,/ mentre dimenticava me!/ Oracolo del Signore».

5. Non possiamo dimenticare il tuo Amore, o Dio. No, non possiamo dimenticarti, o Dio, nostro amore e nostro innamorato! Guarda con affetto e misericordia a questa tua diletta diocesi, che vuole restare con te, fedele e genuino amore, come ci ricordano gli insediamenti monastici e gli eremi del nostro territorio. I santi monaci, infatti, parlano dell’amore di Dio come di un’esperienza profonda, mistica, duratura. Le immagini che usano per esprimere questa loro esperienza spirituale sono molto eloquenti. Per esempio, l’amore di Dio è una “ferita nel cuore”. Pacomio, Santo fondatore del cenobitismo, dopo una visione celeste avuta nel sonno, come si legge nella sua Vita, «fu ancora più ferito dall’amore di Dio e profondamente scosso e desiderò farsi monaco». L’amore di Dio, che così energicamente scuote e ferisce il cuore nel profondo, forte come la morte, va contemplato specialmente nel mistero del Verbo incarnato, per mezzo del quale ci giunge la salvezza e il dono dello Spirito. Teodoreto di Ciro parlava dei «dardi d’amore» dai quali i monaci sono stati feriti quando consideravano i torrenti della divina misericordia e soprattutto la morte di Cristo innocente. Sant’Atanasio racconta che Antonio l’eremita, dopo aver trascorso quasi vent’anni in una fortificazione desertica, «parlando e ricordando i beni futuri e l’amore che Dio ci ha manifestato, in quanto “non risparmiò il proprio figlio ma lo consegnò per noi tutti”, persuase molti a scegliere la vita solitaria». Dio, di cui Antonio loda con accenti di entusiasmo l’immensa e incomprensibile bontà e l’infinito amore per gli uomini, decide di “visitare” la sua creatura prediletta. Di fronte a tale ineffabile “visita”, l’uomo ha l’obbligo d’impegnarsi con tutte le sue energie per conseguire la santità perfetta, affinché la venuta del Salvatore non sia per lui motivo di condanna. Non tutti tra noi sono consacrati, non tutti ministri ordinati, ma tutti, tutti, anche se non abbiamo scelto la vita solitaria, dobbiamo ammirare e meditare il mistero del Verbo incarnato che, nell’Eucaristia, c’invita alla cena dell’Agnello.

6. Una porta di speranza. Nell’oracolo di Osea, Dio stesso, muove come “all’attacco” pur di risuscitare le vibrazioni del cuore e ripristinare il pieno amore nella sua Amata: «Perciò, ecco, io la sedurrò,/ la condurrò nel deserto/ e parlerò al suo cuore./ Le renderò le sue vigne/ e trasformerò la valle di Acor/ in porta di speranza./ Là mi risponderà/ come nei giorni della sua giovinezza,/ come quando uscì dal paese d’Egitto» (Os 2,16-17). Esprimendosi con termini passionali (sedurre, cuore a cuore…), la profezia descrive l’atteggiamento di Dio nei confronti della sua amata, che oggi è la sua Chiesa, dunque anche la nostra cattedra episcopale, sulla quale siede e dalla quale parla il Pastore-Vescovo, segno terreno e temporale del Bel Pastore che è Gesù Cristo. Ascoltiamo e rispondiamo al nostro Diletto! Soltanto un contatto ravvicinato, cuore a cuore, in un luogo solitario ci potrà radicalmente chiarire e metterci a nudo. E l’afflizione nostra a fronte dei tanti peccati ed errori, forse si potrà, trasformare in speranza. La valle o bassopiano di Acor segnava il confine nordorientale del territorio della tribù di Giuda; il suo nome significava “ostracismo; afflizione”, per ricordare il fatto di Acan che nascose una parte del bottino della conquista di Gerico, dando l’ostracismo alla nazione d’Israele, e per questo fu lapidato insieme con la sua famiglia (Giosuè 7,5-26). Ora il profeta annuncia il passaggio – per noi la Pasqua! – di quella valle dell’ostracismo dall’afflizione alla gioia, grazie al pieno ripristino dell’amore originario tra lo Sposo divino e il suo popolo diletto. L’anno centenario faccia vincere le afflizioni e ci apra alla speranza, carissimi! Certo, è difficile annunciare la speranza in un tempo di disastri avvenuti e temuti, come effetti perversi dell’attacco pandemico: non soltanto gli effetti sanitari (quanti morti, quanti ammalati e contagiati!), ma anche gli effetti finanziari, socioeconomici e lavorativi: chi era già precario, ha perso l’opportunità di lavoro; chi aveva un lavoro e ha esaurito la cassa integrazione, rischia l’uscita da un mercato qui al Sud già di per sé fragile e precario, destinato ad aumentare il numero di coloro che aspettano sussidi pubblici, peraltro non eterni, mentre le forze criminali già si sono attrezzate per tendere nuovi lacci. Dalla nostra cattedra episcopale risuoni forte una chiamata generale a una speranza operativa, non inerte, non attendista, non “provvidenzialista” in senso deteriore! Vi chiedo, in particolare, una rinnovata attenzione ai temi sociali della fede cristiana, in sintonia con la quarantanovesima Settimana sociale dei cattolici italiani, che a Taranto darà un contributo rilevante per sostenere e orientare la formazione di un nuovo modello di sviluppo di cui il mondo ha urgente bisogno, nonché per affrontare la pandemia dal punto di vista sanitario e nelle sue conseguenze economiche e sociali, in sinergia tra Chiese particolari e istituzioni politiche nazionali e transnazionali (prima di tutto la UE) – che hanno riacquisito centralità.

7. Spe salvi. Se l’oracolo di Osea prometteva e promette un’oasi di speranza, torniamo anche noi a meditare sulle porte bronzee della nostra cattedrale, realizzate per il Giubileo del Duemila dal prof. Eduardo Filippo su committenza del mio venerato predecessore, mons. Antonio Cantisani. In particolare, meditiamo la porta della speranza, cioè della facciata, lungo la direttrice porta-altare. Vi vediamo la chiesa particolare, simboleggiata dal santo patrono e dal suo Vescovo che guardano verso la ianua coeli che dischiude i battenti verso il Paradiso: che bella scultura e che bella immagine! Ma come varcare la soglia della speranza, oggi? La speranza cristiana, carissimi, si ottiene – ecco il primo mezzo – con la preghiera: «Un primo essenziale luogo di apprendimento della speranza è la preghiera. Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno e più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è più nessuno che possa aiutarmi – dove si tratta di una necessità o di un’attesa che supera l’umana capacità di sperare – Egli può aiutarmi. Se sono relegato in estrema solitudine. Ma l’orante non è mai del tutto solo. Da tredici anni di prigionia, di cui nove in isolamento, l’indimenticabile cardinale Nguyen Van Thuan ci ha lasciato le sue preziose Preghiere di speranza. In uno stato di disperazione apparentemente totale, ascoltare Dio, potergli parlare, costituì per lui una forza crescente di speranza, «che dopo il suo rilascio gli consentì di diventare per gli uomini in tutto il mondo un testimone della speranza – di quella grande speranza che anche nelle notti della solitudine non tramonta»3. Le nostre case -chiese domestiche- diventino i luoghi della preghiera familiare! Le nostre parrocchie vivano intensamente la preghiera liturgica e la preghiera personale, pur con tutte le cautele e i presidi sanitari richiesti!

8. Il ritmo orante della donna amata da Dio. La donna di Osea ascolta la gioiosa profezia del suo ritorno al vero amore. Il ritorno viene espresso nei termini di domanda/risposta, che sono appunto i ritmi non soltanto della relazione coniugale, ma della preghiera: «Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza,/ come quando uscì dal paese d’Egitto» (Os 2,17). Come pregare? Nel corso di quest’anno pastorale, esattamente dalla Pasqua 2021 (ma in diocesi inizieremo con la prima domenica di Avvento), celebreremo e pregheremo con la terza edizione del Messale romano, riformato a norma dei Decreti del Concilio ecumenico Vaticano II, promulgato da papa Paolo VI e riveduto da papa Giovanni Paolo II. L’edizione, che invierò ad ogni parrocchia, va considerata «tipica» per la lingua italiana, ufficiale per l’uso liturgico da usare appena pubblicata, diventando comunque obbligatoria dal 4 aprile 2021. In particolare, ogni celebrazione eucaristica – preghiera per eccellenza – ci presenta il dinamismo di domanda e risposta, fin dall’esordio:
«Poi il sacerdote con il saluto annuncia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata»4. Anche i momenti di silenzio liturgico dopo la proclamazione delle Letture e l’omelia sono funzionali a questo dinamismo. Il “nuovo” Messale suggerisce: «Sono opportuni anche brevi momenti di silenzio, adatti all’assemblea radunata, per mezzo dei quali, con l’aiuto dello Spirito Santo, la parola di Dio venga accolta nel cuore e si prepari la risposta con la preghiera»5. In sintesi, con le parole del Salmista:
«Mi invocherà e io gli darò risposta;/ nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso./ Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza» (Sal 90,15-16).

9. Celebrare il creato. La profezia di Osea, a un certo punto, assume anche una portata cosmica, cioè coinvolge tutto il creato, anche quelle parti di cosmo più pericolose o meno gradite all’organizzazione degli esseri umani, quali sono gli animali selvatici e i rettili: «In quel tempo farò per loro un’alleanza/ con gli animali selvatici/ e gli uccelli del cielo/ e i rettili del suolo» (Os 2,20). Non vi sembra una buona indicazione per il nostro impegno pastorale nell’anno del giubileo della nostra cattedra? Quest’anno pastorale non potrà, non avere le sue attenzioni ambientali ed in senso più vasto, ecologiche, che risultano più urgenti a cinque anni dalla seconda enciclica di papa Francesco, Laudato si’ (24 maggio 2015) espressioni della quale conquistarono subito l’attenzione generale, come «ecologia integrale» (cui è dedicato tutto il cap. IV), «tutto è connesso» (LS, nn. 117 e 138), oppure «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socioambientale» (LS, n. 139). Sono diventate anche degli slogans, resi anche più urgenti dalla crisi ambientale che oggi è diventata anche crisi pandemica, ovviamente con il rischio di una rapida banalizzazione del loro contenuto. Anche una enciclica, infatti, come il suo “naturale seguito” dell’esortazione apostolica Querida Amazonia, può rimanere vittima della cultura dell’usa e getta e della manìa del sensazionalismo pastorale. La porta bronzea dell’eucaristia, che è nella nostra cattedrale, ci ricordi la cena del Signore (cfr. Ap 3,20), che è anche un evento cosmico ed ecologico, come ci ricordano pane e vino, profumi e incenso, colori e fuoco della veglia pasquale. Alcuni dei suoi pannelli raffigurano opportunamente il mar Rosso, il sacrificio sostitutivo del capro, la moltiplicazione dei pani e dei pesci: mare, animali, alimentazione agricola e da proteine animali… sono parte integrante di ogni celebrazione eucaristica domenicale, centro della vita parrocchiale e familiare. Oltre a parteciparvi, sia pure in modo contingentato, vi ricordo, di sottolineare i suoi non pochi riverberi di tipo ecologico e ambientale, che vanno opportunamente valorizzati alla luce dell’enciclica. Raccomando, in particolare, ai catechisti di non perdere l’opportunità per una catechesi in preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, con specifici approfondimenti sulle cosiddette radici del cosmo (acqua battesimale, olio dei catecumeni e dei confermati, fuoco della veglia pasquale, terra coi suoi frutti che, lavorati dall’essere umano, diventano pane e vino per l’eucaristia).

10. Sulle orme dei nostri santi e beati. Le prime canonizzazioni e beatificazioni nel nostro territorio diocesano, dopo le indicazioni del Sinodo, sono ormai alle porte. La svolta si ebbe, infatti, negli anni del Sinodo diocesano (1993-1995), - un vero dono di Dio, indetto dal mio predecessore, mons. Antonio Cantisani -, il quale scrisse: «Nel 1995, a conclusione del Sinodo diocesano, che aveva esaltato la santità feriale, ho voluto pubblicare un opuscolo, “Santi tra noi”, per fare conoscere figure di fedeli della diocesi che nel secolo XX si sono distinti per aver vissuto la misura alta della vita cristiana ordinaria». Dal sangue del patrono Vitaliano, la sempre viva cattedra ecclesiale ha generato dal proprio grembo i nostri primi Beati – a partire dalla “monachella di san Bruno, Mariantonia Samà” (1875-1953) –, di cui il 7 luglio 2020 il Congresso dei Cardinali e dei Vescovi ha espresso l’auspicato voto favorevole sul presunto miracolo per dare il “via libera” al Santo Padre che autorizzerà la Liturgia per la Beatificazione della “nostra” Mariantonia Samà. Accanto a Mariantonia, la nostra seconda beata, Gaetana Tolomeo, detta Nuccia (1936-1997), per la cui beatificazione solenne chiederò al Santo Padre un’unica celebrazione con la Samà. I nostri Servi di Dio e i nostri Beati ci ricordino anzitutto le più volte ritrovate reliquie del nostro Patrono, che quasi intende comunicarci, oggi come ieri, la possibilità cristiana di rinascere dalle macerie e risollevarsi dalle ceneri più splendenti di prima. Mi piace, inoltre, ricordare che i primi nostri Beati sono donne: Mariantonia Samà, emblema di sofferenza redenta, giacché supina nel letto nel suo bugigattolo di sant’Andrea Apostolo dello Jonio, dai primi segni della malattia, fino alla morte, ci ha predicato che la sofferenza non è inutile. Nuccia Tolomeo, colpita fin da piccola da un’incurabile paralisi progressiva e deformante, in un tempo in cui la sensibilità comune non aveva ancora teorizzato che esiste una diversa abilità delle persone, anche quando sono “costrette” dalla malattia a stare immobili nel proprio letto o ambiente. Nuccia scoprì, a poco a poco, di essere stata chiamata, in quella sua condizione di dolore e sofferenza, a seguire il Cristo sofferente per riparare i peccati di molti (cfr. Eb 9,28). Sul loro esempio valorizziamo le donne a tutti i livelli della vita diocesana e parrocchiale! Noi tutti siamo nati da un utero materno, a livello sia biologico, sia sacramentale: infatti è il fonte battesimale il fecondo utero della Madre-Chiesa dal quale Cristo Sposo genera fratres et sorores omnes. Insegna, sant’Agostino: «Forse mi dirai: Se la Chiesa è vergine, come fa a generare figli? Che se non genera figli, come mai abbiamo chiesto di nascere dal suo seno [col battesimo]? Rispondo: essa è vergine, eppure genera. Imita Maria, che generò il Signore. Forse che la santa vergine Maria non generò rimanendo vergine? Così pure la Chiesa genera ed è vergine. E se rifletti bene, genera Cristo, perché sono membra di Lui quanti sono battezzati. “Voi siete il corpo di Cristo e le sue membra”, dice l’Apostolo (1 Cor 12, 27). Se dunque genera le membra di Cristo, la Chiesa 
è somigliantissima a Maria». Incoraggiamo le nostre donne ad assumere ministeri di fatto e istituiti, anche mediante un’opportuna formazione teologica nel nostro Istituto teologico calabro. Dalla “monachella di san Bruno” e da Nuccia raccogliamo anche un monito luminoso e vincente in questa nostra stagione che aborrisce la sofferenza. Un’epoca, la nostra, che va rendendo più facile la soppressione dei feti nella fase di gestazione, oppure depenalizza l’assistenza al suicidio e, come ha recentemente scritto, la Congregazione per la dottrina della Fede va diffondendo una cultura di morte: «Alcuni fattori oggigiorno limitano la capacità di cogliere il valore profondo e intrinseco di ogni vita umana: il primo è il riferimento a un uso equivoco del concetto di “morte degna” in rapporto con quello di “qualità della vita”. Emerge qui una prospettiva antropologica utilitaristica, che viene
«legata prevalentemente alle possibilità economiche, al “benessere”, alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza… Davanti a una sofferenza qualificata come “insopportabile”, si giustifica la fine della vita del paziente in nome della “compassione”. Per non soffrire è meglio morire: è l’eutanasia cosiddetta “compassionevole”… L’individualismo, in particolare, è alla radice di quella che è considerata la malattia più latente del nostro tempo: la solitudine, tematizzata in alcuni contesti normativi perfino come “diritto alla solitudine”, a partire dall’autonomia della persona e dal “principio del permesso-consenso”: un permesso-consenso che, date determinate condizioni di malessere o di malattia, può estendersi fino alla scelta o meno di continuare a vivere»7.

11. Catechesi, catechesi, catechesi! L’anno millenario della nostra cattedra ricordi a tutti il dovere dell’annuncio e dell’approfondimento della fede ricevuta e accettata! Lo scorso 25 giugno nella sala “Giovanni Paolo II” della Sala Stampa del Vaticano, è stato presentato, dal Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione mons. Rino Fisichella, il nuovo Direttorio per la catechesi. A partire dal Concilio Vaticano II siamo al terzo Direttorio. Il primo del 1971, Direttorio catechistico generale, e il secondo del 1997, Direttorio generale per la catechesi hanno segnato certamente gli ultimi cinquant’anni di storia della catechesi. Un nuovo Direttorio è necessario a partire dal processo di inculturazione della fede, che caratterizza in particolare la catechesi e che soprattutto ai nostri giorni impone un’attenzione del tutto particolare, per far fronte alle nuove problematiche che la Chiesa è chiamata a vivere, e in particolare al fenomeno della “cultura digitale” e alla “globalizzazione della cultura”. Vi è dal primo annuncio uno stretto legame tra evangelizzazione e catechesi, che dobbiamo riscoprire nella preparazione dei giovani al matrimonio e nella catechesi prebattesimale. Vi raccomando tre priorità: il catecumenato degli adulti (non solo dei fanciulli e dei ragazzi”); la formazione dei catechisti e l’urgenza di individuare i nuovi linguaggi con cui comunicare la fede, considerando che nell’epoca digitale, vent’anni sono paragonabili ad almeno mezzo secolo.

12. Liberiamo Maria Vergine dalle mafie. A nome della Conferenza Episcopale Calabra, promulgheremo gli Orientamenti pastorali e le Linee guida per pronunciare coralmente il nostro “no” ad ogni forma di mafia. Abbiamo maturato sempre più un comune sentire di clero e fedeli sulle degenerazioni e deviazioni che talvolta hanno interessato anche la nostra bella e intramontabile devozione popolare verso la Beata Vergine e i Santi. Si può affermare che il fenomeno ‘ndrangheta è rimasto a lungo sottotraccia, sottostimato da intellettuali e studiosi, da settori importanti delle classi dirigenti, perfino dalle Forze dell’ordine. Nella rinnovata consapevolezza ecclesiale, le donne e gli uomini di ‘ndrangheta, prima che criminali, sono dei peccatori, chiamati inequivocabilmente e perentoriamente alla conversione. Essi aggiungono, infatti, i terribili peccati personali dei fiancheggiatori e degli omertosi (spesso lordi del sangue di tante vittime!) a quelli perpetrati nelle organizzazioni mafiose in quanto tali, che adescano i nostri giovani figli in missioni di morte e generano dipendenze peggiori di quelle dell’azzardo o della droga. Poiché la Chiesa istituzione, oltre ai compiti di annuncio, di celebrazione dei sacramenti e di prossimità ai poveri, ha anche dei precisi doveri di prevenzione e di condanna del male, nel corso di questo nostro anno giubilare, condanneremo ad alta voce e prenderemo le distanze da ogni fenomeno mafioso e ’ndranghetista! Questi doveri di stigmatizzazione del male sono fondati sul gravissimo obbligo, dinanzi a Dio
– che ci ripete senza stancarsi il suo amore - di indicare agli uomini e alle donne la via della salvezza eterna! Sappiamo bene che gli esponenti delle mafie ostentano di non aver alcuna paura della prevenzione e del controllo statale, né delle sanzioni irrogate dalla magistratura, tanto meno delle reprimende ecclesiastiche; eppure, la nostra Chiesa non può abdicare ai propri compiti di annunciare la verità (quindi di condanna delle condotte immorali); di recupero misericordioso di chi sbaglia (quindi di redenzione); nonché di stigmatizzazione dei delitti (ovvero azioni di denuncia profetica); né essa può tenere un contegno di silenzio, di paura, di impotenza o perfino di complicità. Come ci va suggerendo la Pontificia Accademia mariana internazionale, dobbiamo contribuire a liberare dalle mafie la nostra bellissima devozione mariana: Chiesa e Stato, uniti per liberare la figura di Maria dall’inquinamento di luoghi e ritualità deformate dal potere criminale e mafioso che cerca così di imporre la propria sudditanza!

13. Chi è l’essere umano? Nella storia, la domanda che cosa è l’uomo? è ricorrente ed è risuonata anche per preti, seminaristi, catechisti e operatori pastorali nel Convegno all’inizio dell’anno a Torre di Ruggiero. All’ombra del Santuario della Madonna delle Grazie, abbiamo studiato un documento della Pontificia Commissione Biblica (ho inviato gli Atti in ogni parrocchia, per lo studio e gli approfondimenti). Rispondendo a una precisa sollecitazione di papa Francesco, la PCB ha delineato, per la prima volta nella storia della dottrina cattolica, delle linee comuni di antropologia biblica, desunte dalle sacre Scritture ebraiche e cristiane, ma non nel senso di una impossibile deduzione applicativa, ma per rispondere alla domanda della Bibbia prima che nostra: Che cosa è l’uomo? Ecco l’interrogativo antichissimo e fondamentale, da noi rilanciato, nei termini della sapienza del Salmista biblico, però «con nuova acutezza»8. È un interrogativo ancora in attesa di possibili risposte da parte nostra, posti, come tutti siamo, di fronte alle «nuove esigenze, nuove problematiche, nuove sfide» (dalla Presentazione) del contesto contemporaneo. Nel mondo, tra l’altro, si stanno verificando alcuni fenomeni particolari che riguardano l’identità del presbitero e del fedele cristiano nel mondo e nella Chiesa. Tra questi fenomeni, elenco quelli che, a mio avviso, presenti nel Documento della PCB, avranno maggiore rilevanza per noi: «inaspettati conflitti tra generazioni […] un diverso rapporto tra uomo e donna […] la dimensione soprannaturale risulta talvolta oscurata […] le scelte di natura religiosa non appaiono più rilevanti» (dalla Presentazione). Di fronte a questi fenomeni, oltre alle ricerche e ai questionamenti di tipo umano (soprattutto scienze umane e psicorelazionali), suggerisco di ricorrere «alla divina Rivelazione, attestata nelle sacre Scritture», per trovare sulla antropologia umana quella
«luce che viene dalla Parola ispirata da Dio», in linea con il criterio di Gaudium et spes, n. 12. Dovremo guardare, sulla scia dei due gesti creativi condensati in Genesi 2 e 3, da una parte, alla fragilità e precarietà dell’essere umano e al diverso rapporto da instaurare nei rapporti con il cosmo e, dall’altra, alla visione sapienziale dell’umana finitudine, che evita di ridurre la persona umana «a un semplice organismo funzionale, spiegato in termini di chimica e biologia» (n. 15).
- Avviandomi alla conclusione di questa Lettera pastorale, comunico che:
- Invito, infine, i Consigli pastorali a leggere, vagliare e tradurre in scelte operative, vi ricordo alcuni urgenti doveri pastorali:
- sto avviando la pratica per la beatificazione di Mariantonia Samà e Nuccia Tolomeo chiedendo di celebrala in una delle domeniche dopo pasqua 2021 o in una domenica del mese di maggio;
- con la prima domenica di Avvento inizieremo ad usare il nuovo messale;
- ci stiamo preparando a celebrare nel 2022 i novecento anni della dedicazione della Chiesa cattedrale di Catanzaro con un apposito comitato scientifico per vivere questo anniversario con spirito di fede e di gratitudine al Signore, guardando anche alla figura del nostro Patrono San Vitaliano, Vescovo di Capua, il cui culto è praticato a Catanzaro e in altre località dell’Italia meridionale.
- il suo busto ed il reliquario che per il triennio 2019-2021 percorrerà in pellegrinaggio le quattro zone pastorali (le norme governative e la chiusura delle chiese hanno fermato… si riprenda con le dovute cautele). Sarà un
modo per ricordare ai fedeli le virtù umane e cristiane che il Santo capuano insegna ancora oggi di fronte a tante insidie che quotidianamente si traducono in prove;
- il prossimo 13 dicembre cade l’anniversario ella morte del servo di Dio Antonio Lombardi (lo ricorderemo con un convegno al Monte nella mattinata del 12 dicembre e con una Concelebrazione il 13 sempre al Monte);
- tra fine gennaio ed i primi di febbraio celebreremo un convegno sui 900 anni della cattedrale;
- invito tutti i parroci ad informare e formare i propri fedeli sul significato della erezione di una diocesi e della dedicazione della cattedrale servendosi del libretto che a suo tempo è stato distribuito.
- Benedizione finale. La Madonna Assunta, che campeggia sull’altare maggiore della nostra cattedrale ricordi a tutti la necessità dell’impegno a fare grandi cose. La festa del battesimo della nostra cattedra sia come la festa del ricordo del nostro Battesimo individuale: riprendiamo in mano la nostra veste battesimale (molti di voi la conservano) e chiediamoci se l’abbiamo lasciata immacolata, come ci fu augurato, mantenendoci sulla retta via, in unione con la nostra Chiesa particolare e il suo Vescovo. E se abbiamo consapevolmente peccato, chiediamo perdono, compiamo il risarcimento congruo, purifichiamo questa veste con la sorgente del sacramento della Penitenza-Confessione-Riconciliazione! Trasformiamo la nostra esistenza, il nostro corpo, la nostra mente e il nostro cuore, per essere donne e uomini nuovi per la novità cristiana! Diventiamo i missionari della fede cristiana nei nostri difficili tempi! Periodicamente la testimonianza cristiana si trova a dover decidere tra nuovi valori e forze sociali emergenti (talvolta esplicitamente anticristiane), fedeltà alla tradizione cattolica ed al magistero anche a costo della propria vita: ripetiamo tutto ciò a noi stessi ed ai nostri giovani, anche nelle aule scolastiche, particolarmente nelle ore di religione cattolica. Oggi, a motivo della pandemia, siamo di nuovo come al bivio tra omologarci alle soluzioni e alle forze che detengono il potere economico, e premono ora per il sovranismo ora per il populismo, ora per il liberismo, oppure inaugurare una nuova modalità credente per preparare e assecondare  il nuovo in atteggiamento di fraternità e sorellanza, come ci viene ricordato dalla terza enciclica del santo Padre Francesco. La corsa pressoché inevitabile alla chiusura dei confini nazionali per motivi sanitari, le soluzioni di confinamento e di ripiegamento inevitabile dei governi sulla crisi economica e sociale interna, non ci faccia dimenticare l’ordinaria situazione di emarginazione, povertà, esclusione di tanti. Fratelli, noi credenti in Cristo ci troviamo di fronte a un nuovo bivio tra chiara testimonianza della vera salvezza ed acquiescenza silente ad egoismi anche se radicati in un’emergenza sanitaria reale. Siamo davvero in una situazione che papa Francesco ha definito,  solitario  in una piazza san Pietro  deserta, tempesta:
«La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di ‘imballare’ e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli» (27 marzo 2020). Non bisognerà essere ancora pronti, nella contingenza attuale, a difendere, anche fino alla morte, la consegna missionaria? Lo richiede il nostro Battesimo e il giorno anniversario del battesimo della nostra cattedra di Catanzaro. Quando ci prende la paura, sappiamo che il Signore non dorme, ma sonnecchia e ascolta il nostro grido:
«Salvaci, Signore, siamo perduti!» (Mt 8,25).
Chiedo a tutti ed a tutte la carità di un ricordo orante al Signore. Vi benedico + uno ad uno e una ad una, carissimi e carissime!

Catanzaro, 11 ottobre 2020, San Giovanni XXIII                                                                                                                                                                                                                                                                                             ✠ P. Vincenzo Bertolone, S.d.P.

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