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L'omelia del Vescovo Mons. Francesco Savino per la XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno A)

07/11/2020

Il testo è stato pronunziato dal Vescovo durante l'ordinazione diaconale di Mario Sassone

Siamo a conclusione dell’Anno Liturgico. In questa e nelle prossime due domeniche, leggiamo il cap. XXV di Matteo, la seconda parte dell’ampio  discorso escatologico di Gesù che occupa i capitoli XXIV e XXV. In tutto questo discorso sulla fine dei tempi ricorrono espressioni come “fate attenzione”, “vegliate, perché non sapete quando è il momento”, “vegliate, dunque, perché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera, o a mezzanotte, o al canto del gallo o al mattino”, “Quello che dico a voi lo dico a tutti: vegliate”.
Matteo, a proposito di questo ammonimento riguardante la vigilanza, presenta tre parabole su che cosa significa vigilare e infine, il racconto sul giudizio finale. Il ritardo della Parusia, la venuta ultima e gloriosa di Cristo, che sembrava imminente alle prime comunità cristiane, richiama anche noi su come vivere la vita nel “qui ed ora”.
Gesù parla ai suoi discepoli della fine dei tempi mentre è seduto al monte degli Ulivi, in prossimità della sua passione.
Egli introduce la parabola che leggiamo oggi con le parole: “ Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini” che escono per andare incontro allo sposo: cinque sono stolte, cinque sagge. Nel prepararsi all’incontro soltanto le cinque sagge prendono con sé l’olio per le loro lampade.
Questa contrapposizione, precisata dall’evangelista Matteo, ci rimanda alla conclusione del discorso della montagna, quando Gesù afferma che chi ascolta le sue parole e le mette in pratica, sarà simile ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chi ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile ad un uomo stolto che ha costruito la casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa cadde e la sua rovina fu grande”. (Mt 7,24-27)
Saggio, quindi, è chi ascolta la Parola e la mette in pratica, stolto chi ascolta e non fa. L’ascolto è comune allo stolto e al saggio, ma ciò che fa la differenza è il mettere in pratica la Parola ascoltata.
“Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono”: siamo allo snodo decisivo della parabola. La venuta finale di Gesù ritarda,  e ciò costituiva una grande difficoltà per le prime generazioni cristiane. “E noi attendiamo ancora il Veniente oppure – come affermava Ignazio Silone – abbiamo per la sua venuta lo stesso entusiasmo di quelli che aspettano l’autobus alla fermata?”
Le dieci vergini si assopirono tutte e si addormentarono. “Paradosso: si sta parlando di vegliare, e tutte dormono! Dunque, che tipo di vigilanza è quella a cui Gesù vuole esortarci? Dove sta la differenza tra le stolte e le sagge, se tutte si addormentano?” (Enzo Bianchi).
La voce che squarcia la notte arriva di sorpresa e colpisce anche noi che ascoltiamo oggi: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
La voce dello sposo risveglia le vergini: le cinque stolte non hanno olio e, quindi, sono costrette a chiederne un po’ alle altre cinque. Si sentono, però, rispondere: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. È una risposta dettata dall’egoismo? Assolutamente no, ma è un modo molto chiaro per dire che nel giudizio finale ognuno deve dare conto della sua vita, delle sue scelte.
L’incontro ultimo con il Signore va preparato per tutta la vita.
Finalmente, mentre le vergini stolte andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini sagge entrano con lui nella sala delle nozze. Allora “la porta fu chiusa”. Un particolare che dice una verità scomoda: dentro o fuori, non vi è una terza possibilità. Giunsero anche le cinque vergini stolte, di ritorno dall’acquisto dell’olio e incominciarono a dire: “Signore, Signore, aprici”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
È una risposta netta che ci ricorda come, al momento dell’incontro finale con il Signore, verrà alla luce la verità della nostra esistenza. Per questo Gesù conclude con l’invito a vegliare perché non conosciamo né il giorno né l’ora.
“La vigilanza è la matrice di ogni virtù umana e cristiana, è il sale di tutto l’agire, è la luce del pensare, ascoltare e parlare”. (Enzo Bianchi).
Che felice coincidenza tra la Parola di Dio di oggi e l’ordinazione diaconale di Mario Sassone, accolito della parrocchia “San Vincenzo Ferrer” di Trebisacce.
Cosa dice a noi la disponibilità di Mario ad essere diacono permanente e che questa sera pronuncia davanti a tutti poche parole, sette in tutto: un “eccomi”, quattro “si, lo voglio”, un “si, con l’aiuto di Dio lo voglio”, un “si, lo prometto”.
Domandiamoci quali sono i misteri di Cristo dei quali tu, caro Mario, sarai Ministro?
Il mistero centrale è di far si che tutte le cose, in terra come in cielo, diventino una cosa sola sotto la guida di Cristo, figlio del Padre.
Sei, perciò, al servizio di questo piano fondamentale di redenzione e di salvezza in Cristo.
All’interno di questo piano fondamentale, la grazia sacramentale che ti verrà conferita, attraverso le imposizioni delle mie mani, ti renderà capace di prestare il servizio della Parola, dell’altare e della carità, con una speciale efficacia (cfr. Ad gentes, 16).
Il tuo non è uno dei tanti ministeri, ma dev’essere come lo definì Paolo VI, ora Santo: “La forza motrice per la diaconia della chiesa”. Con l’ordinazione dovrai essere segno vivente del servizio di Cristo alla sua chiesa.
Sulla scia di una disposizione del Concilio Vaticano II, Paolo VI volle restaurare questa forma di diaconato perché “fosse animatore del servizio, ossia della diaconia della chiesa presso le comunità cristiane locali, segno o sacramento dello stesso Cristo Signore, che venne non per essere servito ma per servire” (Ad pascendum, 15.8.1972).
In questo compito, tu, come tutti gli altri diaconi permanenti, non sei solo: ti accompagnano i tuoi familiari, che, a nome della Diocesi, ringrazio perché ti sono vicini e consenzienti in questo servizio; ti accompagna la comunità della parrocchia “San Vincenzo Ferrer” con i co-parroci don Michele Munno e don Michele Sewodo; ti accompagnano i diaconi ordinati prima di te, e voglio ringraziare Leonardo Aita che è il Direttore dell’Ufficio per il Diaconato Permanente e i Ministeri Istituiti e, prima di lui, don Alessio De Stefano; ti accompagna anche tutto l’ordine presbiterale con il quale sei chiamato a collaborare strettamente e intimamente e ti accompagno anch’io, tuo Vescovo, che conta su di te per ampliare, quanto più è possibile, gli spazi della carità della nostra chiesa, verso le persone più fragili e vulnerabili, verso i vicini e i lontani, i credenti e i non credenti, i sani e i malati, i giovani e gli anziani.
Ricordati, caro Mario, che non basterà, in questo servizio di diacono, dare soltanto i tuoi doni, ma devi farti tu stesso dono.
Dove troverai la luce e la forza per vivere coerentemente la tua diaconia? Nella Parola di Dio, ascoltata, meditata e incarnata nella tua vita; nella devozione tenera e profonda alla Madonna, diacona in senso pieno, anche se non sacramentale, del Signore; nell’adorazione eucaristica e, soprattutto nella liturgia della messa, in una comunione vissuta realmente con il Vescovo, il presbiterio e tutto il Popolo di Dio.
Il Signore si è fidato te, non deluderlo!
Il tuo stile di vita sia sempre vigilante e responsabile, come la liturgia di oggi ci ha indicato.
Viviamo il tempo che la vita ci concede con una vigilanza responsabile, una responsabilità vigilante per farci trovare pronti all’incontro ultimo con il Signore.
                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                 + Francesco Savino

testi biblici (Sap 6,12-16; Sal 62; 1 Ts 4,13-18; Mt 25,1-13)



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