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L'omelia del Vescovo Mons. Francesco Savino per il Mercoledì delle Ceneri

17/02/2021

Il Mercoledì delle Ceneri ci introduce nel tempo di Quaresima. Pur vivendo ancora giorni difficili, segnati continuamente dalla paura e dall’incertezza causate dalla pandemia, possiamo intensificare la preghiera, l’astinenza  e la carità.
È chiaro che ciò che è male rimane male e ciò che è emergenza rimane emergenza, ma possiamo attraversare un evento doloroso alla luce della nostra fede e della Parola di Dio. Potremmo dire, con una battuta, che la quarantina, i quaranta giorni della Quaresima, ha qualcosa da dire alla quarantena, l’isolamento cui ci costringe il Covid19.
Le parole della preghiera di Colletta di oggi sono significative: “Concedi Signore al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male”.
Consideriamo la Quaresima come un itinerario nel “deserto di questo tempo” per ritrovare la Speranza. Il deserto è una dimensione interiore dello Spirito, è la strada della salvezza. Un monaco, tanti secoli fa, scriveva: “Il deserto è per coloro che hanno sete di Dio”. Ed è proprio nel “deserto” che, disancorati da tutti gli appoggi umani, dove il tempo sembra non avere più ritmi di durata, dove ogni attesa sembra divenire assurda, dove l’unico sguardo che possiamo incontrare è la pupilla dilatata del cielo, il Signore ci conduce perché sperimentiamo che Lui è l’Unico: “Ascolta, Israele … io sono il Signore tuo Dio … non avere altri dei di fronte a me” (Dt 5,6). 
Quando i primi monaci andarono nel deserto, lo fecero per essere liberi da ogni cosa della terra. 
Nel deserto la fede stessa viene messa alla prova. 
E non è forse vero che questi lunghi mesi di pandemia sono un vero “deserto” da attraversare per la conversione di cui tutti abbiamo bisogno? Non dobbiamo forse essere richiamati alla consapevolezza che la nostra esistenza non dipende da noi stessi? Che non siamo padroni di nulla? 
Ermes Ronchi scrive: “Basta un virus, ancorché con un nome regale, a mettere a rischio la vita. Un virus che può aiutare tutti noi a purificarci dalla nostra indifferenza di fronte a questo mistero che la nostra società tenta di controllare e a volte «dominare» attraverso il progresso scientifico e tecnologico”. 
Nella Lettera Pastorale “Ripartire, ricostruire, rinascere in un itinerario battesimale nel tempo della pandemia” per questa Quaresima-Pasqua, richiamo a voi tutti la domanda del profeta Isaia “Sentinella, quanto resta della notte?” e ritorno sui tre verbi cui ho già fatto riferimento nella festa di san Biagio, Patrono della Diocesi: “ripartire”, “ricostruire”, “rinascere”.
A proposito del verbo “ripartire”, ho scritto: “Il Vangelo è continua ripartenza all’insegna del diventare ciò che si è. Possiamo chiederci come fare per liberarci da ciò che ci opprime; quali delusioni hanno spento la nostra gioia; quali momenti ci sono stati e ci sono di sollievo, perché la nostra autenticità non sia negata, ma riconosciuta e liberata. Come Chiesa, impegnandoci a far nostro lo sguardo penetrante di Gesù, abbiamo da verificare la disponibilità a lasciar essere le diversità, a non uniformare e a non spegnere i carismi, a partire da ciò che Dio ha già scritto nel cammino e nella singolarità di ogni persona, specialmente la più povera e meno considerata”.
Quanto a “ricostruire”, vi dico: “Una delle certezze a nostra disposizione è che dovremo rimboccarci le maniche. Nella Bibbia sono diverse le generazioni il cui compito storico fu quello di ricostruire […] Ricostruire implica superare una tragedia, mettere insieme i cocci, portare con sé una memoria, curarne le ferite. Non è ripartire da zero, ma orientarsi fra quel che resta di un passato spesso grande e di molti errori. Ricostruire implica una pace da ritrovare tra le generazioni, perché non si rialza un popolo fra le reciproche accuse e nel rimbalzo delle responsabilità. Sono d’altra parte, in Israele, ogni crisi, ogni tracollo, ogni fine sono da Dio accolti e offerti come chiamata”.
E infine “rinascere”: “La Quaresima, che è un cammino comune, ci ricorda che l’avanzare della Pasqua di Gesù, il farsi strada silenzioso della Risurrezione passa dalla rinascita di ciascuno. Il Battesimo ha in sé questo segreto: l’evento da cui scaturisce la salvezza ha incidenza nella realtà attraverso l’adesione personale di ogni figlio di Dio. Non senza di noi, non senza decisione, non senza desiderio, viene la Gerusalemme nuova. È questo presentimento a muovere verso Gesù, nel cuore della notte, un uomo inquieto come Nicodemo”.
La Quaresima sia kairòs, tempo opportuno, per abbandonarci fiduciosi alla luce e alla bellezza di Dio.
Preghiamo con le parole di un monaco del XII secolo:
Signore, tu mi hai sedotto e portato nel deserto, ora la mia anima desidera stare di fronte a te solo: questa è la sete del mio cuore!
Ti prego, Misericordioso: imponi pace e silenzio attorno e dentro di me.
Dammi, per consolare la mia solitudine, frequenti intrattenimenti con te.
Nella misura in cui tu sarai con me, io non sarò solo; conducimi fino al punto più lontano del deserto, là dove l’anima santa si vede affondata interamente nel fuoco dello Spirito Santo e si accende come un serafino ardente. 
Nascondimi nel segreto del tuo volto. Amen! (Guglielmo di Saint-Thierry).

                                                                                ✠    Francesco Savino



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