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Don Sicari alla famiglia oblata di Don Mottola: “Ecco cosa è il profumo della Pasqua! E’ il profumo dell’Amore!”

02/04/2021

Carissimi,  si avvicina la celebrazione liturgica della Pasqua del Signore e ho sentito il bisogno di scrivere questa lettera circolare a tutta la famiglia degli Oblati del Sacro Cuore, fondati dal Venerabile Servo di Dio don Francesco Mottola.
"E tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento" ( Gv 12,3). Mi colpisce, ogni anno, questa scena del vangelo con cui si apre la settimana santa; siamo nella casa di Betania, un luogo familiare a Gesù, e qui il vangelo ci racconta il gesto compiuto da una donna,  Maria, la sorella di Lazzaro, che cosparge i piedi di Gesù con trecento grammi di profumo di puro nardo. Con quel gesto Maria ha voluto far sentire a Gesù tutto il suo amore,  non badando a sprechi, perché l'amore vero é sempre eccessivo e non conosce misura. 
Nella veglia pasquale, il vangelo di Marco (16,1-7), che leggeremo in questo anno liturgico,  ci parlerà di altre donne, che vanno al sepolcro, allo spuntare del sole, per compiere anche loro un gesto di amore. Portano con sé profumi e aromi, che dovevano servire a coprire l’odore della morte, ad avvolgere ancora una volta di affetto un corpo amato e venerato, a circondare di amore il cadavere di Colui che è l’amato, di Gesù che nella sua vita, scandalizzando i suoi ospiti, si era lasciato più volte inondare del profumo versato sul capo o sui piedi da donne, persino da una peccatrice. Ma quei vasetti di olio e di aromi non servono più, perché la pietra è stata tolta e il sepolcro è non solo aperto,  ma anche vuoto.  Perché Lui ora è risorto! Non siamo fatti per la morte, ma per la vita, per l’eternità. E da quel giorno il profumo della risurrezione, il profumo della vita nuova, il profumo dell’amore l’ha sparso Egli stesso e continua a spargerlo attraverso ciascuno di noi.
Cari amici, sono sempre più convinto che chi ha incontrato Gesù, come la donna che ha spalmato il profumo di nardo, non può che rimanere impregnato dello stesso aroma. Come ci ricorda San Paolo ( 2 Cor 2,15): “noi siamo dinanzi a Dio il buon profumo di Cristo”.
Celebrare e fare pasqua significa per tutti noi impegnarci ogni giorno a diffondere ciò che realmente dà profumo alla vita.  Sappiamo bene che questa missione non è facile, ma è ciò per cui dobbiamo tutti sentirci ogni giorno pronti e coinvolti. 
Dopo un anno di pandemia, il profumo che tutti respiriamo è l’odore della sofferenza e della morte. Ma c’è anche l’odore del male in tutte le sue forme che continua ad essere presente nella nostra storia, nella nostra Tropea, la cui bellezza ultimamente è stata macchiata dalle brutture dell’uomo,  nella nostra Calabria che ha tanta necessità di risorgere da tutte le sue storture,  ma questo odore del male tante volte si nasconde persino dentro al nostro cuore di persone cristiane e consacrate e ci rende incapaci di sentire il buon odore che il Risorto continua a diffondere nel mondo, legati come siamo ai beni transitori e alla tentazione della mondanità, spesso richiamata da Papa Francesco.
L’abbondante e profetico profumo dell’amore di Betania, e il profumo di vita della Pasqua, che si sprigiona dal sepolcro vuoto ci vengono allora donati perché possiamo rivestirci di essi, e diffonderli nelle nostre case, nei nostri luoghi di lavoro, negli spazi delle nostre relazioni fraterne e vere. Mi è capitato nei giorni scorsi di rileggere qualche pagina del testo del compianto Mons. Girolamo Grillo, Fiori di Calabria, Don Mottola sorride che riporta  a mò di fioretti episodi della vita del Servo di Dio. Mi ha colpito in particolare un racconto intitolato “un’alba di luce e di fuoco” che descrive l’inizio dell’apostolato di carità del nostro Padre e che riporto quasi integralmente: “Superata qualche difficoltà di ordine fisico, Don Mottola, appena ordinato sacerdote dal Vescovo orionino Mons. Felice Cribellati, tirò fuori gli artigli e preparò subito le sue armi per la battaglia dell’amore. Egli aveva compreso che Tropea e l’intera Calabria avrebbero avuto bisogno non di parole altisonanti ma di fatti concreti. Radunò, subito, i più ardimentosi giovani tropeani in un Circolo apparentemente culturale, dal titolo alquanto serioso, “Francesco Acri” ( il noto filosofo calabrese), e fece un discorso che, sulla bocca di un giovane di ben nota famiglia nobile, suonava alquanto strano. Ragazzi, egli disse sinteticamente, ve la sentite di lanciare una sfida al mondo che ci circonda? Ve la sentite di lasciare a casa i vostri emblemi nobiliari e di correre negli scantinati e nelle stamberghe umide, asfittiche e dove sono costretti a vivere come insetti tanti poveri privi di un tozzo di pane? Ve la sentite di prendere sulle spalle e di aiutare tante povere vecchiette a mala pena coperte da qualche cencio? I compagni di cordata rimasero dapprima scioccati  e poi “Francesco è proprio ammattito” dissero non pochi di essi e preferirono tagliare la corda lasciando il giovane prete tropeano al suo destino…. Francesco intanto scomparve per alcuni giorni, chiudendosi in preghiera dinanzi ad un antico Crocifisso e davanti al santissimo Sacramento nella cappella dei nobili. Poi fissò a lungo la dolce Vergine di Romania, la Madonna nera dei tropeani, socchiuse gli occhi e si appisolò su di una panca in un angolo della sua Cattedrale. Quando si ridestò un po’ strano e avvilito, alcuni gli tesero la mano e, quasi a bruciapelo, gli sussurrarono: Don Francesco, eccoci, noi siamo con te e in mezzo ad essi aveva cominciato a farsi intravedere anche qualche luminoso volto femminile. Ebbe inizio così quel dolce irrompere quotidiano di un gruppo di amici nei tuguri della povera gente, per recare conforto, un piatto caldo, un pezzo di pane e qualche vestito. Si provarono anche a pulire le stanze fuligginose e tetre, ad eliminare gli insetti ed a rifare i pagliaricci. … Fu anche stimolante quando, accorgendosi che quei poveri avevano bisogno di pulizie cominciarono a proporre loro di lavarsi e di cambiarsi il vestiario. Racimolarono così vecchie catinelle e portarono loro secchi di acqua tiepida e fredda e biancheria usata, ma pulita. E fu sera e fu mattina: primo giorno di un’avventura che, nel tempo, si sarebbe dimostrata meravigliosa, specialmente quando al gruppo, già consistente, si sarebbe unita una intrepida e bellissima ragazza dal nome Irma, la quale cadde come una goccia di olio purissimo, in una stupenda lampada che mai si sarebbe spenta e che risplende ancora: la lampada dell’Amore”.

Ecco cosa è il profumo della Pasqua! E’ il profumo dell’Amore!
E’ il profumo della santità e della vita buona secondo il Vangelo che don Mottola, di cui speriamo presto di vedere celebrato il rito di Beatificazione, ha incarnato nella sua vita e ha lasciato come eredità preziosa alla sua Tropea, alla Calabria e alla Chiesa tutta. 
Ognuno di noi oblati sarà «profumo» di Cristo nella misura in cui avrà il coraggio di vivere integralmente la propria oblazione e tenere accesa la lampada dell’amore di don Mottola e Irma, anche nel nostro tempo, senza timore, anzi forse, con maggiore entusiasmo e osando di più. 

A nome anche di Liliana e di Peppino, auguro a ciascuno di voi una Pasqua che profumi di vita e di carità.

don Francesco Sicari 
Fratello maggiore Sacerdoti Oblati



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