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La riflessione domenicale del Presidente della Cec, Mons. Vincenzo Bertolone. "Avvento, attesa d’amore". (In allegato la lettera pastorale)

02/12/2018

«L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi».
Nelle parole di Dietrich Bonhoeffer, amore e attesa, sono legati come nell’Avvento, il tempo liturgico che si apre oggi e che contiene il fremito del cambiamento che giungerà col Natale. Almeno, così era un tempo: oggi la società è tutta presa dal presente e sembra avere  perduta la capacità di guardare verso orizzonti lontani,  di certo impegnativi, ma anche esaltanti. In questa vigilia, che le ragioni commerciali tendono ad allungare sempre più, si levano alcune voci critiche verso il consumismo, che scaturisce dall’ebbrezza connessa alle feste, mentre altre voci richiamano l’attenzione sui poveri, sui senza casa, simboleggiati nei presepi; per altri ancora il Natale  è occasione di differenziazione dai non cristiani; per altri, al contrario, è momento di caccia a simboli e segni ritenuti imbarazzanti per gli estranei alla fede cristiana. Rispetto al passato, insomma, si respira un clima diverso in un’umanità che non s’aspetta nulla più che il piacere ed il possesso e per la quale i riti natalizi sono ormai tradizioni obbligate e scontate. Si finisce così col rinunciare alla sorpresa, ed a sorprendersi capaci di qualcosa che non ha un prezzo, ma un valore eterno. Non è un caso che Ignazio Silone, socialista senza partito, ateo militante prima di divenire cristiano senza Chiesa, come lui stesso si definiva, a chi gli chiedeva perché non entrasse a far parte della Chiesa, dal momento che aveva ritrovato una fede profonda in Gesù e nel Vangelo, rispondesse: «Per far parte di quelli che dicono di aspettare il Signore, e lo aspettano con lo stesso entusiasmo con cui si aspetta il tram, non ne vale la pena». 
La necessità di un cambio di passo è evidente, quanto a portata di mano. «Se invece di voltarci indietro guarderemo avanti, se invece di guardare le cose che si vedono avremo l’occhio attento a quelle che non si vedono ancora, se avremo cuori in attesa, più che cuori in rimpianto, nessuno ci toglierà la nostra gioia». È don Primo Mazzolari a indicare la strada per una svolta, seguendo il vessillo della fiducia e dell’impegno. Abbiamo bisogno di una luce e di una Parola trascendenti che riescano a mostrarci il volto dell'altro, a scoprire un senso in mezzo a «questi termitai, a catene dolomitiche di grattacieli, a urli di sirene, a guardie che presiedono porte, a selve di ciminiere», come diceva David Maria Turoldo.
Alla moglie di Lot che si pietrifica nella nostalgia o all'Israele del deserto aggrappato alla triste abitudine della schiavitù, si oppone l'occhio che mira alla terra promessa, anche se lontana. Ecco il Natale autentico: la venuta di Cristo ha proprio lo scopo di alzare il sudario di tenebra e di morte per illuminare il lavoro, il pensiero e l’amore e guardare oltre... Nei momenti difficili della nostra vita occorre essere capaci di perseguire una meta, di volerla con tutte le forze, ma anche di saper aspettare: come scriveva nel XVII secolo il mistico Angelo Silesio, «nascesse mille volte Gesù a Betlemme, se non nasce in te tutto è inutile».
+ Vincenzo Bertolone



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