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L'omelia domenicale del Vescovo Mons. Savino per la II DOMENICA DI AVVENTO

08/12/2018

In questa II Domenica di Avvento ci viene incontro “la figura di Giovanni il Battezzatore, colui che riassume in sé tutto l’Antico Testamento e lo unisce al Nuovo, il precursore del Messia Gesù nella vita come nella morte, da Gesù stesso definito “il più grande tra i nati di donna” (cf. Lc 7,28)” (E. Bianchi).
Luca, evangelista attento e preciso, presenta l’entrata in scena di Gio-vanni il Battezzatore in modo del tutto solenne: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea […] sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”.
Giovanni, con libertà e disponibilità, accetta di farsi strumento della Pa-rola di Dio e mediatore del suo progetto: la sua grandezza consiste nella kénosi, cioè nello svuotamento di sé che lo porta ad uscire da se stesso per divenire ascolto sempre più profondo e consapevole affinché la Parola di Dio operi in lui. Tutto ciò avviene non al di fuori delle coordinate della storia ma all’interno del dipanarsi degli eventi che, contraddistinti dall’arroganza del potere politico romano e dagli intrighi delle gerarchie religiose, sembrano ostacolare il disegno di salvezza di Dio. E’ la Parola di Dio la vera protagonista della storia e, grazie all’ascolto obbediente e re-sponsabile di ogni persona, come accade in Giovanni il Battista, può  compiersi la salvezza anche contro ogni evidenza umana.
E’ il deserto il luogo in cui si svolge la vicenda di Giovanni, luogo in cui tutto è ridotto all’essenziale, dove la solitudine e il silenzio, che non sono mai fine a se stessi, sono condizioni a cui Dio ci conduce per ascoltare la sua voce (cfr. Os 2, 16). 
Giovanni “percorse tutta la regione del Giordano predicando un batte-simo di conversione per il perdono dei peccati”: egli chiede con energia ai suoi ascoltatori di convertirsi, invita ad un cambiamento del “cuore pen-sante” che deve tradursi in scelte concrete. La conversione deve consistere in un “ritornare” a Dio per il perdono dei peccati. 
Opportunamente Papa Francesco osserva: “E noi forse ci domandiamo: “Perché dovremmo convertirci? La conversione riguarda chi da ateo di-venta credente, da peccatore si fa giusto, ma noi non abbiamo bisogno, noi siamo già cristiani! Quindi siamo a posto”. E questo non è vero. Così pensando, non ci rendiamo conto che è proprio da questa presunzione – che siamo cristiani, tutti buoni, che siamo a posto – che dobbiamo con-vertirci: dalla supposizione che, tutto sommato, va bene così e non ab-biamo bisogno di alcuna conversione. Ma proviamo a domandarci: è pro-prio vero che nelle varie situazioni e circostanze della vita abbiamo in noi gli stessi sentimenti di Gesù? E’ vero che sentiamo come sente Gesù? Per esempio, quando subiamo qualche torto o qualche affronto, riusciamo a reagire senza animosità e a perdonare di cuore chi ci chiede scusa? Quanto difficile è perdonare! Quanto difficile! “Me la pagherai!”: questa parola viene da dentro! Quando siamo chiamati a condividere gioie o dolori, sappiamo sinceramente piangere con chi piange e gioire con chi gioisce? Quando dobbiamo esprimere la nostra fede, sappiamo farlo con coraggio e semplicità, senza vergognarci del Vangelo? E così possiamo farci tante domande. Non siamo a posto, sempre dobbiamo convertirci, avere i sen-timenti che aveva Gesù” (Angelus, 6 Dicembre 2015).
L’evangelista Luca, rifacendosi al libro degli oracoli del profeta Isaia,  scrive che Giovanni è “voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (Is 40, 3-5). Sono parole di grande consolazione ma, al tempo stesso, costituiscono un monito: “sull’esempio di Giovanni, infatti, il cristiano è chiamato a preparare ogni giorno una strada nelle sabbie del proprio cuore, abbas-sando i monti del proprio orgoglio e colmando i burroni della propria di-sperazione … E questa dura lotta ha in fondo un unico scopo: giungere a comprendere che il desiderio profondo di Dio è la salvezza di tutti gli uo-mini, quell’evento che si compirà pienamente con la venuta del Signore alla fine della storia: “ogni carne vedrà la salvezza di Dio!” (E. Bianchi).
Per noi che viviamo il “fra-tempo”, il tempo che intercorre fra il “già” e il “non ancora”, per noi, cercatori di senso nell’attesa della parusia, della pienezza, l’esperienza di Giovanni è paradigmatica di uno stile fondato sulla vigilanza che è disponibilità ad essere pronti e veramente in attesa.
Buona Domenica.

                                                      + Francesco Savino



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