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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincezzo Bertolone. "La memoria dei fatti"

27/01/2019

«Credo che in qualche punto dell'universo debba esserci un archivio in cui sono conservate tutte le sofferenze e gli atti di sacrificio dell'uomo. Non esisterebbe giustizia divina se la storia di un misero non ornasse in eterno l'infinita biblioteca di Dio». 
Isaac B. Singer, scrittore ebreo polacco, ha affidato ai suoi libri la riflessione sulla ferita aperta dalla Shoah, sul massacro compiuto dai nazisti per sterminare milioni di persone, colpevoli solo di essere ebree o non ariani puri o politicamente avverse al regime hitleriano.
Oggi, in occasione della Giornata della Memoria, di quella stagione triste ed all’apparenza lontana si tiene un po’ ovunque il ricordo. Importante, ricordare. Eppure, non del tutto sufficiente, quando agli interrogativi che la coscienza pone non seguono azioni conseguenti. Resta ad esempio, come spettro condannato a non dar pace, un quesito: com’è stato possibile che un popolo  civile, colto, culla di civiltà e di pensiero, generasse un sistema ossessivamente dedito al culto del potere e della morte? Come ha potuto Auschwitz, si chiedeva il premio Nobel per la pace Elie Wiesel, «fare irruzione nella Storia fino a diventare un mostruoso buco nero, una creazione parallela a quella del mondo esterno, un luogo dove gli assassini sono venuti per uccidere e le vittime per morire?»
In tutto questo tempo, nessuna spiegazione è sembrata adeguata  a spiegare i perché di un’umanità massacrata, di una strategia folle eppure perseguita con lucidità, fino a mettere in discussione Dio e la sua esistenza, per aver lasciato che l’Olocausto dei giusti si consumasse, senza che neppure fosse chiara una sua collocazione nel supremo progetto divino. «Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era normale, né demoniaco né mostruoso», spiegava però Hannah Arendt, indicando la strada lungo la quale cercare.
È nell’uomo ogni risposta che manca. È in quella libertà di determinazione che ha consentito le peggiori nefandezze. E che porta a ritenere, con un pizzico di pessimismo, che se è accaduto una volta, può accadere ancora, come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica. Dio c’è, non ignora il respiro di dolore che sale dalla terra: nei suoi archivi non trovano posto i trionfi militari o i successi umani, ma l’immenso patrimonio di lacrime, lutti, lamenti, affanni. Quegli stessi che par di tornare a vivere in un mondo nuovamente assediato da stragi di vita e di verità, che la cronaca annota e la storia giudicherà.
Al fondo, insomma, restiamo noi. Riconquistassimo almeno il senso dell’emozione, magari della commozione, riusciremmo se non altro a svelenire l’aria che respiriamo, a guardare l’altro con l’occhio scevro dalle ombre dell’avversione e del razzismo. Sapendo che dopo Auschwitz la parola umana è poca cosa, eppure resta necessaria, come la primavera cantata da Anna Frank nella sua poesia Aprile: «Prova anche tu, una volta che ti senti solo, o infelice o triste, a guardare fuori dalla soffitta quando il tempo è così bello. Non le case o i tetti, ma il cielo. Finché potrai guardare il cielo senza timori, sarai sicuro di essere puro dentro e tornerai ad essere felice».
+ Vincenzo Bertolone



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