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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "Il tempo chiama a un nuovo impegno dei cattolici"

03/02/2019

«Nella politica, come in tutte le sfere dell’attività umana, occorre il tempo, la pazienza, l’attesa del sole e della pioggia, il lungo preparare, il persistente lavorio, per poi infine arrivare a raccoglierne i frutti».
Quanto sono lontani i giorni nostri dalle parole di don Luigi Sturzo e dal suo invito a non agire con fretta, superficialità, presunzione, quanto piuttosto con conoscenza dei fatti e delle leggi, degli uomini e dei loro sogni e problemi, evitando di restare prigionieri del falso mito della (propria) infallibilità. E sono pure lontani i tempi in cui la presenza dei cattolici in politica garantiva equilibrio e principi e valori che a lungo hanno costituito il fondamento di ogni corretto ragionamento, pure tra schieramenti opposti ed avversi. Certo: i cattolici in politica vi sono anche oggi. Ma quel che manca, o per lo meno ciò di cui in molti avvertono il bisogno, è altro. Non un partito unico, né una sola visione politica o un leader carismatico (che tra l’altro non c’è), ma un modo nuovo di intendere l’impegno politico, con la capacità di creare un protagonismo diffuso, radicato nelle realtà sociali più dinamiche e positive.
In una società definita dal Censis come rancorosa e incattivita, in cui i ventenni sono oltre un terzo in meno dei cinquantenni, ad accendere più di una preoccupazione sono tanti fattori: aumentano le diseguaglianze. Per troppi manca un lavoro dignitoso, mentre la produttività e la competitività internazionale restano basse. Soprattutto, crescente è il senso di sfiducia e prevalente un’offerta politica che identifica nemici, che porta a vedere chi è diverso come ostile, che fonda il consenso sulla chiusura. Insomma, sembra quasi che assieme alle ideologie ed ai loro sclerotici modelli socio-politici si siano sotterrate anche le idee, con buona pace di menti e coscienze.
Eppure, per dirla ancora con Sturzo, per «tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti», è il momento di ritrovarsi in campo per portare avanti «gli ideali di giustizia e libertà». Del resto, già al convegno della Chiesa italiana svoltosi a Firenze nel 2015, papa Francesco era stato quasi profetico: «La nazione non è un museo, ma un’opera collettiva in permanente costruzione, in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose». Aggiungendo poi saggiamente doversi ritenere inutili soluzioni coincidenti con «condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative».
Dunque, in un mondo in cui dalla secolarizzazione nascono sentimenti quali la paura ed il sentirsi minacciati, con la conseguente frattura dei legami sociali e la perdita del senso di solidarietà, guardare al futuro è un dovere. Ed a questo orizzonte che ci attende si dovrà tendere portandosi appresso il bagaglio di una storia ricca, ma ancor più quanto occorre per affrontare due questioni essenziali: il contrasto delle tendenze alla regressione della storia e la costruzione di un Paese come comunità di vita, risanato dalle ferite aperte dai legami spezzati e dalla fiducia tradita. Un compito necessario quanto arduo. Un compito da cattolici, senza steccati. Verso tutti, per andare oltre.
+ Vincenzo Bertolone



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