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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "Il bisogno di vivere insieme come fratelli"

24/02/2019

«Appartengo all’unica razza che conosco, quella umana».
Diventassero patrimonio universale le parole di Albert Einstein, il mondo sarebbe il paradiso in terra che non è ma che tutti dicono di volere. Nel contrasto tra realtà autentica e desiderio ipocrita si radicano e si moltiplicano i fatti che ogni giorno raccontano di un fenomeno sempre più esteso. Per stare agli episodi più recenti: a Melegnano, sui muri di una casa, con la vernice spray sono stati vergati insulti nei riguardi di una famiglia ritenuta responsabile di aver adottato un ragazzo senegalese, come se questo fosse una colpa. E poi una freccia, a ricordare agli italiani non sempre brava gente che lì abita qualcuno che usurperebbe servizi ed utilità pagate da altri, un giovane campione di atletica al quale tutti, in paese, sono legati. E ancora, Oltralpe, la vicenda del filosofo Alain Finkielkraut, accademico di Francia figlio di ebrei polacchi scampati alla Shoah, ingiuriato e minacciato per strada sol perché ebreo. Storie all’apparenza lontane tra loro, eppure indissolubilmente intrecciate. Storia viva, che scorre davanti agli occhi increduli di chi si illudeva che certe cose fossero confinate nei libri che narrano di un passato orribile, che rivive e si fa presente mostruoso, proprio come allora.
È evidente: per molti, purtroppo sempre più, l’altro da sé è un nemico. E per questo è lecito insultarlo mentre passeggia, o marchiarlo con una freccia che ne indichi la casa, perché  sia facile riconoscerlo ed eventualmente colpirlo ed isolarlo. È la rivalsa di quanti avvertono il bisogno di un capro espiatorio su cui riversare rabbia: lo straniero, il nero, l’ebreo, l’omosessuale. Offenderli, discriminarli, restituisce evidentemente il gusto della rivalsa, la delirante illusione di sentirsi superiori. Al contrario, testimonia solo una verità: chi è fuggito dal suo Paese, chi ha visto la morte in faccia, chi ha conosciuto il male di cui gli uomini sono capaci, si porta appresso un’infinita voglia di vivere. Quella che nell’Europa disorientata non tutti hanno più, pur non avendo mai patito la guerra o la fame, eppure immiseriti al punto da ritenere rivoluzionario sputare veleno e odio. 
Di fronte al dubbio che una sovversione di quel mondo nuovo faticosamente costruito dopo le nefandezze delle due guerre mondiali sia improvvisamente diventata possibile, non si può restare a guardare. Specie in tempi di relativismo imperante, e, insieme, di populismo che si ingrossa come fiume dilagante. Vale ancor più per i cristiani. Perché è facile accogliere a tavola l’amico. Ma la cosa si fa ben più ardua quando si tratta di accogliere un povero, un anziano, un malato, uno straniero.
Cambiare, allora. La strada è indicata nel Vangelo: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me» (Mt 25, 31-46). Insomma, non esistono alternative: come scriveva Martin Luther King, «dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli, o periremo insieme come stolti».
+ Vincenzo Bertolone



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