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L'omelia domenicale del Vescovo Mons. Francesco Savino per la IV DOMENICA DI PASQUA

11/05/2019

In questo tempo pasquale contempliamo Gesù risorto: Egli è l’agnello che sulla croce è stato sgozzato (cfr. Ap5,6.9.12;13,8) ma con la Resurrezione è diventato il Pastore che guida la sua comunità, nutre le sue pecore attraverso nuovi pastori. Gesù, il Vivente, è il “Pastore dei pastori” (1Pt 5, 4) che sta tra il Padre e noi, credenti in Lui, che siamo il suo “piccolo gregge” (Lc 12, 32). 
Il capitolo X del Vangelo secondo Giovanni, di cui in questa Domenica leggiamo qualche versetto, racchiude un’ampia discussione tra Gesù e alcuni farisei che dicono di credere e non credono che Lui sia il Figlio di Dio(cfr. Gv 9, 40-41). Parlando in parabola, Gesù dice che è il pastore che entra ed esce attraverso la porta dell’ovile, cammina davanti alle pecore, queste lo seguono perché riconoscono la sua voce. Poiché i suoi ascoltatori non comprendono le sue parole, Egli dice chiaramente che è lui la porta dell’ovile, è lui il pastore buono e bello che, per custodire le pecore, è disposto a dare la sua vita.
In questo contesto vanno lette le parole del Vangelo di oggi che esplicitano il legame tra Gesù e chi crede in Lui. Nell’espressione “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” i tre verbi «ascoltare», «conoscere» e «seguire» indicano la relazione fra Gesù e noi che crediamo in Lui. Ascolto e sequela sono essenziali per costituire la comunità dei cristiani. 
Scrive Enzo Bianchi: “[…]solo attraverso un ascolto obbediente e una sequela perseverante si può avere con Gesù una comunione di vita profonda e duratura. Ma questo legame delle pecore con il Pastore si interseca con la conoscenza che Gesù ha delle pecore: egli le conosce una ad una, le chiama per nome (cfr. Gv 10,3) e, precedendole, apre loro il cammino verso pascoli abbondanti (cfr. Gv 10,9). Non solo, ma questo Pastore che è Gesù dà la sua vita per le pecore (cfr. Gv 10,11.15.17), in modo che esse abbiano la vita eterna, non siano strappate dalla sua mano e non vadano mai perdute”.
La relazione tra “il Pastore bello e buono” e il Suo gregge si stabilisce anche con ciascuna delle pecore. Noi pastori dobbiamo tenerlo presente nel nostro ministero se non vogliamo diventare dei funzionari. E invece spesso nella Chiesa i credenti si sentono organizzati in gregge, trattati da militanti, impegnati in svariati servizi e soffrono di mancanza di comunicazione autentica con il Pastore. Scarseggiano ascolto, amore, cura e dedizione fino al dono della propria vita. 
Soltanto se il pastore ha con le pecore la stessa relazione che il “Pastore grande delle pecore” (Eb 13, 20), Gesù, ha avuto con le “sue”, è capace di indicare il rapporto con Dio. Dice bene Enzo Bianchi: “Gesù ha ricevuto le pecore nella sua mano, e queste possono gridare: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35), certe di essere da lui poste nelle mani del Padre. Ecco in fondo a cosa servono i pastori nella chiesa, i vescovi, i presbiteri: ad aiutarci ad essere consapevoli che noi siamo custoditi nella mano di Gesù Cristo, il quale ci vuole collocare nella mano di Dio, da cui niente e nessuno ci può strappare”.
Auguro a tutti una Domenica in cui si dischiudano relazioni autentiche tra noi, dentro e fuori della Chiesa.

+Francesco Savino 



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