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L'omelia domenicale del Vescovo Mons. Francesco Savino per la XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

13/07/2019

Nel Vangelo di questa Domenica, XV del Tempo Ordinario, leggiamo di un esperto della Legge mosaica che, per mettere alla prova Gesù, gli chiede: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Questo tale vuole garantirsi la vita oltre la morte, nel Regno. Gesù lo rimanda, allora, alla competenza che gli è propria chiedendogli a sua volta: “che cosa sta scritto nella legge? Come leggi?”. Ed egli risponde in maniera corretta ed ineccepibile citando due passi della Torah che, insieme, formano il cuore delle dieci Parole di Dio rivelate nelle Scritture: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente (Dt 6, 5), e il tuo prossimo come te stesso (Lv 19, 18).
Gesù dice, allora: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai” per sempre in eterno. 
Il dialogo sembra concluso, invece il dottore della Legge, toccato dalla dall’affermazione perentoria di Gesù che gli detto “fa’ questo”, ritiene che debba giustificarsi e, attraverso un’astuta scorciatoia attraverso la quale potrebbe autoassolversi, chiede ancora: “chi è il mio prossimo?”.
Ciò che inquieta l’esperto della Legge è proprio il comandamento dell’amore: chi deve essere destinatario del suo amore? Il prossimo? I connazionali? Gli appartenenti allo stesso clan? I fratelli nella fede? Tutti gli altri? 
Gesù allora lo richiama apertamente alla sua responsabilità personale raccontandogli la storia che conosciamo come “parabola del buon samaritano”. 
Un tale scendeva da Gerusalemme a Gerico e venne assalito dai briganti che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e lo lasciarono sulla strada. Passano un sacerdote e un levita, uomini religiosi che conoscono bene la legge di Dio, ma essi si guardarono bene dal fermarsi, dall’avvicinarsi al malcapitato in pericolo di vita. Chi si fermò fu un samaritano, un “nemico religioso” per i Giudei, un credente scismatico ed eretico (cfr. Lc 9, 53; Gv 4, 9).
Lo stile del samaritano è rappresentato dall’incalzare delle sue azioni: gli passò accanto, lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino, lo caricò sulla cavalcatura, lo portò in un albergo, si prese cura di lui, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore dicendo “abbi cura di lui; ciò che spenderà in più te lo pagherò al mio ritorno”.
La parabola offre a Gesù la premessa per porre al dottore della Legge la domanda: “chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”.
La risposta ovvia è: “chi ha avuto compassione di lui”.
E Gesù: “va’ e anche tu fa così”.
Ecco indicata la prassi da seguire per ereditare la vita eterna: non solo provare misericordia ma compiere azioni di misericordia verso chi si incontra, qualunque sia il suo bisogno. Più che chiederci «Chi è il mio prossimo?», proviamo a chiederci «A chi io mi faccio prossimo, a chi mi faccio vicino?». Possiamo infatti trascorrere un’intera esistenza accanto agli altri senza mai decidere di incontrarli e di prenderci cura della loro sofferenza, cioè di “consoffrire” accanto a loro. (cfr. Enzo Bianchi).
Siamo chiamati a diventare samaritani, come Gesù. E’ Lui il buon samaritano che, per amore e misericordia, si è fatto uomo, prossimo all’umanità vulnerabile e ferita.
Lasciamoci “pro-vocare” dalla parabola del buon samaritano perché viviamo oggi una duplice orfanità: viviamo come se Dio non ci fosse (“Dio è morto” F. Nietzsche) e come se chi ci è accanto fosse soltanto un apparato scenico (“gli altri non sono per noi altro che paesaggio F. Pessoa). Dalla “morte di Dio” siamo passati alla “morte del prossimo” (L. Zoja): siamo imbevuti dalla cultura dell’indifferenza e l’altro lo avvertiamo come un fastidio, un problema da “eliminare”.
Una domanda per tutti: ma possiamo vivere senza amore?
Assolutamente no. Ognuno di noi, che siamo cristiani, può considerare questa triplice affermazione: “sono amato da Dio, dunque sono” (amor ergo sum); “amo, dunque sono” (amo ergo sum); “sono amato-amo, dunque vivo” (amor-amo ergo vivo).
Sembra uno scioglilingua ed invece è verità: ciascuno è amato e, sentendosi amato, vive amando.
Buona Domenica a tutti.

+ Francesco Savino




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