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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone."Diseguaglianze"

08/09/2019

«I vantaggi del potere e di tutto ciò ch'esso procura, i vantaggi della ricchezza, degli onori, del lusso, sono il fine dell'attività umana finché non si raggiungono; ma, appena vi è pervenuto, l'uomo si accorge della loro vanità. Questi vantaggi perdono a poco a poco la loro seduzione, come le nuvole che non hanno forma e splendore se non viste da lontano».
Sono rimaste nei confini della letteratura e dell’utopia le parole di Lev Tolstoj. A dieci anni e più dall’inizio della crisi finanziaria che ha sconvolto il pianeta, mutandone la fisionomia anche sotto l’aspetto culturale, la ricchezza sembra continuare ad essere l’unica meta dell’umanità. Ed i ricchi continuano ad essere sempre meno, ma sempre più ricchi, ed i poveri sempre di più e sempre più poveri. Notizie dei giorni scorsi: il 10% degli italiani con i redditi più alti, secondo gli esperti di Eurostat, può contare su oltre un quarto dei redditi totali (il 25,1%) al livello top dal 2008 quando era il 23,8%, mentre il 10% con i redditi più bassi ha appena il 2% del totale, percentuale invariata rispetto al 2017, ma di molto inferiore al 2,6% del 2008. 
Sia chiaro: la ricchezza in sé non è motivo di scandalo: chi fa bene, lavora e trae profitto dal proprio ingegno ed impegno non fa altro che valorizzare i propri talenti. Ma la ricchezza è autentica solo se impiegata, almeno in parte, per correggere le storture che la quotidianità presenta, spesso nei loro aspetti più drammatici. Non è un mistero, ad esempio, che l’attuale sistema economico crei miseria e discriminazioni, favorendo lavori rischiosi, spesso sotto retribuiti e precari, in molti casi abusando dei diritti dei lavoratori. Forse è in ciò la chiave di volta: fino a quando l’economia globale si baserà sulla remunerazione della ricchezza dei pochi, a scapito della garanzia di un lavoro dignitoso per i più, anzi di tutti, allora non sarà possibile in alcun modo fermare la crescita delle disuguaglianze. Facile a dirsi, difficile a farsi, tant’è che – si ironizzava qualche tempo fa in un dibattito politico - è arduo oggi trovare un rappresentante delle istituzioni che non sia preoccupato per il diffondersi della disuguaglianza, ma è praticamente impossibile trovarne uno che possa dire d’essere riuscito a porvi rimedio. Eppure, i Governi del mondo tanto possono e debbono fare, per apportare cambiamenti reali nella vita delle persone e costruire un futuro migliore per tutti e non solo per i privilegiati. Vale l’insegnamento di Papa Francesco: ogni ricchezza deve avere una dimensione sociale, dal momento che nessuno è padrone assoluto dei beni e che quello che rende davvero ricchi è l’amore. «Si tratta – sottolineava appena lo scorso Febbraio il Santo Padre – di acquisire un nuovo stile di vita, di adottare un modo di procedere che, lasciandosi alle spalle esposizioni superficiali ed abitudini dannose, superi l’atroce individualismo, il convulso consumismo ed il freddo egoismo». Occorre unire le forze e maturare la consapevolezza del bisogno che l’uno ha dell’altro, anche in un’epoca in cui l’“io” ha scalzato il “noi” quasi anche dai libri di grammatica. Scrivere pagine nuove, ricomponendo le regole dell’armonia, è il compito che attende chi, più che dirsi cristiano, vuole esserlo nei fatti e… fino in fondo.
+ Vincenzo Bertolone



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