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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone."Pino Puglisi, il prete che ci manca"

15/09/2019

Ventisei anni sono passati, ma le ultime  parole tra i sicari del “gruppo di fuoco” del mandamento di Brancaccio, e l’inerme parroco Pino Puglisi, risuonano ancora. «Me l’aspettavo», disse ai killer che quella sera del 15 settembre 1993, suo cinquantaseiesimo compleanno, lo attendevano sotto casa. Parole che ti inchiodano alla decisione di  scegliere da che parte stare, come ha ricordato papa Francesco nell’omelia al Foro Italico di Palermo esattamente un anno fa: «Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore. È la luce dell’amore, del dono, del servizio».

Quel sorriso ha resistito alla violenza che tentava di sopprimerlo e l’ha vinta. Anzi, ha restituito a vita nuova l’uomo autore di tanta barbarie: Salvatore Grigoli che prima di uccidere  don Pino di uomini ne aveva già ammazzati  45, senza mai un cedimento o un rimorso. Il sorriso del martire, del resto, è quello di chi prega sull’esistenza e fa diventare azione la preghiera, per evangelizzare. Per questo 3P non contrastava le cosche con altri strumenti che non fossero il Vangelo, alla luce del sole, per educare persino i mafiosi ed i loro figli alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori dello studio e della cultura. Un’utopia, forse. Di certo, un invito al dialogo, come quando dopo le molotov lanciate contro i furgoni della ditta che stava restaurando la chiesa di san Gaetano, dall’altare disse: «Perché non volete che i vostri bambini vengano a me? Ricordate: chi usa la violenza non è un uomo. Noi chiediamo a chi ci ostacola di riappropriarsi della umanità ed io sono disponibile ad accompagnarli in questo cammino».
Questo il prete che i fratelli Graviano decisero di togliere di mezzo. Dava fastidio, con quel suo Vangelo, perché portando Cristo al fianco dei poveri e dei giovani senza lavoro aveva già sconfitto i mammasantissima con la forza che si rivela in chi, invece del potere, sceglie l’impotenza della croce salvifica. E così facendo toglie ogni alibi a chi lo condanna a morte: non è cristianesimo la mafia che avversa il Vangelo. Non è fede in Dio l’ostentazione di santini e sacramenti radicati nel sacrificio degli innocenti. È altro, è qualcosa di opposto, di profondamente avverso: è sacralità capovolta, ateismo che si inchina al denaro ed al potere.

È lo spartiacque definitivo nella comprensione del fenomeno mafioso, è la testimonianza di un sacerdote che ha ancora tanto da dare, attraverso i lineamenti della sua pastorale: la povertà personale come scelta di vita; missioni popolari tra la gente; l’analisi dei bisogni delle persone; la moralizzazione delle feste popolari; la corresponsabilità pastorale dei laici: tanti momenti civici per far sentire la voce dell’intera comunità su particolari temi sociali, la formazione -infine- alle celebrazioni sacramentali.
È il metodo Puglisi, il dono di un prete con le scarpe sfondate  e per il suo continuo camminare tra la gente fino a notte, come quell’ultimo giorno, per portare in mezzo  ai poveri e agli ultimi una Chiesa povera di beni, ma ricca d’amore liberante.
+ Vincenzo Bertolone



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