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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "Contro la calunnia, la forza del cuore"

29/09/2019

«Nessuno può immaginare come arrivi a esser crudele un intero paese quando prende di mira qualcuno, inventando storie, arrivando alla calunnia, calpestando le regole più elementari del vivere civile».
Gaetano Afeltra, giornalista vecchio stampo a lungo tra le firme del Corsera, ben prima che principiasse l’era dei social definì in maniera chiara, quasi con preveggenza, un mondo che già allora esisteva e, per quanto più ovattato, ugualmente vivo ed altrettanto velenoso. Oggi cambiano gli strumenti, che ne assicurano probabilmente una maggior pervasività e diffusione, ma la calunnia è sempre esistita. Si può dire, anzi, che sia connaturata all’uomo, come il bene ed il male di cui pare essere appendice insopprimibile. Del resto, ha ricordato papa Francesco appena mercoledì scorso, essa «è un cancro diabolico», dunque ineliminabile, «che nasce dalla volontà di distruggere la reputazione di una persona». D’altra parte, nessuno – chi più, chi meno – può dirsi mai toccato –per dirla con Rossini- dal venticello della calunnia né forse, almeno in cuor suo ed in coscienza, alieno da colpe legate alla sua propagazione. Da questa piaga nessuno è immune, neppure in ambito religioso, nonostante il severo monito di Cristo: «Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7,1). La calunnia, scriveva Shakespeare, «ha un filo più tagliente di una spada, una lingua più velenosa di quella di tutti i serpenti del Nilo, un fiato che cavalca i venti come fossero corsieri e diffonde la menzogna per tutti i quattro punti cardinali del mondo». Insomma, un bubbone inestirpabile, che manifestò i suoi effetti finanche su Gesù, nei cui confronti, ricorda Marco nel suo Vangelo, si cercò di istruire un processo sulla base d’una calunnia vestita di falsa testimonianza. Né le cose sono cambiate ai giorni nostri, in cui la comunicazione, spesso segnata dall’inganno, si traduce in una continua violazione dell’ottavo comandamento: non dire falsa testimonianza.
Che cosa fare, allora? Arrendersi a qualcosa che pare essere congenita all’umanità? Papa Francesco, ancora lui, invita a non cedere allo sconforto. «Chi parla male del fratello, uccide il fratello. E noi, ogni volta che lo facciamo, imitiamo quel gesto di Caino, il primo omicida della storia», ammoniva già nel 2014 il Santo Padre, schiudendo tuttavia la prospettiva del cambiamento attraverso la conversione: la radice di mali infiniti è inconciliabile con lo spirito della fede; le maldicenze e le dicerie che portano alle divisioni nascono in genere dall’invidia prima, quella che appartiene a Satana. Proprio per questo l’unico antidoto possibile coincide con la conversione del cuore. Da qui l’invito a non sparlare, a non criticare, a non imitare il gesto di Caino; a bloccare sul sorgere ogni interpretazione calunniosa che distrugge i singoli ed impedisce l’unità nel vincolo supremo della carità e, certo non ultimo, a tenere ben presente il consiglio di Socrate: «Se la gente parla male di te, vivi in modo che nessuno possa crederle».
+ Vincenzo Bertolone



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