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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "Date una carezza ai vostri figli"

06/10/2019

“Uno schiaffo può scappare anche al genitore piú mite, in ogni caso esso segna malinconicamente la nostra incapacità a capire e a educare”.
Pian piano il mondo va facendo sue le riflessioni che si ispirano all’amara considerazione dello psichiatra Paolo Crepet: far ricorso alle punizioni corporali è un grave errore, e quando lo si fa invocando l’amore si testimonia in realtà la sconfitta in quel duro campo di battaglia che è l’educazione.
Riportano le cronache, che nei giorni scorsi la Scozia ha deciso di mettere al bando per legge gli scapaccioni e qualsiasi altra forma di punizione corporale. Certo, non si tratta di un inedito: nel 2017 la Francia s’era aggiunta ad una lista di 51 Paesi già da tempo contrari a misure di castigo fisico, con ciò emulando il passo mosso per prima, nel 1979, dalla Svezia. In Italia non esistono norme specifiche in proposito, anche se nel 1996 la Corte costituzionale si è chiaramente espressa contro l’uso di percosse (sculacciate incluse) nei confronti dei bambini. La questione, però, più che giuridica è culturale: alzi la mano chi non ha mai allentato un ceffone ad un figlio, o che pensa che in fondo sia normale, forse pure giusto, far ricorso, di tanto in tanto, ad uno scapaccione. Del resto, in specie tra i più anziani, memori dell’antica severità di padri e madri, la cosa non solo non desta scandalo, ma è anzi sovente esaltata quale valido metodo educativo.
In realtà, in ciò v’è un segnale chiaro del perché gli schiaffi facciano male, a chi li dà ed ancor più  a chi li riceve: sono sintomo di violenza ed abituano alla violenza. Chi – magari in buona fede - usa lo schiaffo come risorsa pedagogica non tende che ad un obiettivo: far sì che il bambino non dia fastidio, che obbedisca agli ordini dei genitori, che si lasci guidare, che  dimostri di essere stato educato. Ma un fanciullo con queste caratteristiche potrebbe nascondere dietro esse ben altro: infelicità, incapacità di esprimere i propri bisogni, inibizione: tutti elementi che fanno pensare che una volta adulto potrebbe rivelarsi conformista, per nulla originale e inadatto a scelte e decisioni in autonomia. Cedere al nervosismo, poi, è ancor più deleterio: significa certificare la perdita del controllo e l’inadeguatezza a gestire con calma la situazione, anche se difficile.
Facile a dirsi, certo. Ma essere genitori è, notoriamente, impresa ardua. Chi accetta la paternità e la maternità deve mettere in conto pure questo supplemento di domestico eroismo. Dai figli deve pretendersi rispetto, non timore. Occorrono dialogo, toni anche fermi e determinati, se necessario, ma mai manate, pedate o battipanni: meglio comprensione e confronto. Come diceva papa Giovanni XXIII nel discorso alla luna: Tornando a casa (è bene e bello) date una carezza ai bambini. I più piccoli crescono seguendo l’esempio dei grandi, non i loro discorsi. Vale allora il consiglio di Maria Montessori, che ricorda tanto quel Gesù che invitava a lasciare che i bambini fossero lasciati liberi di andare da lui: "Questo è il nostro obbligo nei confronti del bambino: dargli un raggio di luce, e seguire il nostro cammino".

+ Vincenzo Bertolone



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