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Convegno regionale Unicef a 30 anni dalla Convenzione internazionale sui diritti dei minori

02/12/2019



1. A trent’anni dalla promulgazione della Convenzione internazionale sui diritti dei minori, la Conferenza Episcopale Calabra intende offrire alla riflessione comune dei credenti e delle persone di buona volontà alcune indicazioni per creare sempre di più e formare in Calabria una “cultura” di tutela dei diritti dei minori, soprattutto se non accompagnati. Il tema della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (che oggi, a motivo delle grandi migrazioni di massa, non sempre gode dell’accompagnamento da parte degli adulti) costituisce giustamente uno degli interessi di ordine internazionale generale, codificati come diritti umani. Questi diritti vanno riaffermati con forza e costanza, non soltanto quando vengono violati nella dignità umana, ma anche dai  nuovi rischi derivanti dalla rivoluzione socioculturale. Anche la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, promulgata a Nizza il 7 dicembre 2000, affermava, tra gli altri, il principio certamente condivisibile, ma forse ancora insufficiente nelle nuove situazioni: il «diritto all'integrità della persona» (articolo 3). Quando guardiamo ai bambini, ai ragazzi e agli adolescenti sotto il profilo dello stato effettivo della cultura frattanto maturata nelle nostre terre, dobbiamo registrare ritardi, inadempienze, perfino vere e proprie contravvenzioni rispetto a quanto sancito da questa “norma” scritta. Dobbiamo ancora fare molto, anzi dobbiamo cambiare paradigma culturale per la costruzione di una cultura dell’infanzia e dell’adolescenza, se vogliamo che il nostro territorio sia davvero la terra di un popolo e dei suoi ragazzi e bambini. Ma ciò esige l’attivazione di una cultura centrata sul bambino e sul minore. Lo dichiara il Magistero cattolico nella Lettera al popolo di Dio (20.8.2018) del Santo Padre Francesco. Egli, come antidoto ai tanti crimini di abuso commessi sui piccoli, suggerisce, tra l’altro, la riscoperta dell’esercizio penitenziale. Fare penitenza significa non soltanto riconoscere le colpe o i ritardi nei confronti dei giovani e dei più piccoli, ma anche attivare dei percorsi di “risarcimento” e di cambiamento di prospettiva, ovvero un cambiamento di paradigma culturale, soprattutto nella presentazione del Vangelo e delle sue esigenze morali e sociali: “Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi che tentano di disgregare il gregge. Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale” (Evangelii gaudium, n. 171). Tutto questo, ci sembra, comporta la necessità di non dimenticare mai il sentimento della compassione verso i più deboli, piccoli, emarginati, scartati: “Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo” (EG, n. 54).

2. Interrogativi comuni. Ciò premesso, domandiamoci assieme: perché ancora non si consente ad ogni fanciullo di conoscere i suoi genitori, di essere allevato da essi, anziché esserne separato? Perché non si tiene conto, con umanità e diligenza, di ogni domanda presentata da un fanciullo o dai suoi genitori in vista di entrare per la prima volta in uno Stato, o di lasciarlo ai fini di un ricongiungimento familiare? Perché non viene garantito ad ogni fanciullo, capace di discernimento, il diritto di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo riguarda? Pur riconoscendo l’importanza della funzione esercitata dai mass media, fino a che punto si vigila affinché il fanciullo possa accedere a una informazione ed a vari materiali provenienti da fonti nazionali e internazionali, soprattutto se finalizzati a promuovere il suo benessere sociale, spirituale e morale oltre alla salute fisica e mentale? Che cosa si deve ancora fare affinché i piccoli diversamente abili, mentalmente o fisicamente conducano una vita degna di questo nome, garantiti nella loro dignità e autonomia e siano agevolati nell’attiva partecipazione alla vita della comunità? Che cosa facciamo per proteggerli contro l’abuso di stupefacenti e sostanze psicòtrope? Che cosa facciamo per l’infanzia abusata sessualmente?

3. Riavviciniamoci all’infanzia violata e abusata. È tempo di mettere fine, soprattutto agli abusi sessuali sull’infanzia e proteggere tutti i nostri bambini. No all’adescamento fisico! No all’adescamento psicologico, cioè quello che può iniziare col mostrare attenzione al bambino, parlando a lui o a lei, in modo amichevole e divertente tali da indurre il bambino a considerare il molestatore come un amico o come una sorta di pari. No all’adescamento nella comunità, la quale fornisce talvolta al molestatore l’ambiente necessario per raggiungere i suoi scopi. No all’adescamento mediante internet, rete che fornisce oggi maggiori accessi per i cercatori di abusi. Diciamo sì all’alternativa: caring, cioè prendersi cura dei piccoli. Ci rendiamo conto, con preoccupazione, che la maturazione e l’equilibrio sono mete non sempre raggiunte da chi anagraficamente è adulto. Insomma, non tutti coloro che, dovrebbero prendersi cura e curare gli altri e i piccoli, sono, insomma, in grado di farlo.

4. Per una riflessione comunitaria e comune. La Chiesa considera dei delitti particolarmente gravi quelli dello sfruttamento, dell’abuso, del traffico, di ogni forma di violenza e di tortura commessi nei confronti dei minori e degli adulti vulnerabili. Essa, perciò, entra con coraggio in questo discorso, anche attivando a livello Vaticano, nazionale e regionale uno specifico Servizio per la Tutela dei Minori, promulgando nuove norme nello Stato vaticano e sancendo linee-guida a livello di Conferenze episcopali. Ecco perché, in vista della riflessione comunitaria comune, proponiamo a tutti alcune domande: l’evoluzione tecnologica può incidere, anche negativamente, sullo sviluppo cognitivo, emotivo, relazionale dei nostri bambini e dei nostri ragazzi? Sui social network, è possibile incontrare il messaggio liberante di Gesù, oppure siamo irretiti ini una trama di perversioni, di abusi, di intolleranze? Davanti ai peccati e ai reati (anche di ordine sessuale), che oggi popolano le periferie digitali, Gesù Cristo cosa avrebbe fatto? Ricordiamo che anche S. Paolo mette in guardia sull’uso delle cose di questo mondo e sul nostro comportamento: «Tutto è lecito”, ma non tutto giova! “Tutto è lecito”, ma non tutto edifica» (1Cor 10,23). Come “accompagnare” piccoli e le persone vulnerabili nei loro “mondi”, anche in quello digitale? Come evitare di esporre grandi e piccoli al rischio di isolamento, anche estremo, e a certe forme di dipendenza, oltre che a continui rischi di abusi? 

5. Conclusione. Nell’infanzia e nella gioventù, la Chiesa, nella luce di Cristo, vede sempre l’avvenire, il futuro, la creatività, la speranza d’un mondo migliore…, comunque la tensione verso traguardi non esclusivamente utilitaristici; ma vi vede anche la propensione a pensare “in grande”, alla solidarietà – per esempio – ed al desiderio di fraternità, oppure l’ansia di abbattere certe barriere che vogliono ancora fermare e mortificare l’animo dei giovani e degli adulti. E siccome ostacoli di tale natura sono creati a iosa dalla nostra società, capita che i più piccoli, i nostri ragazzi e giovani, siano turbati nelle coscienze e frastornati nella loro visione del mondo che, purtroppo, è ben lontano dai loro ideali e, spesso, anche dagli ideali propriamente cristiani. Non è soltanto una questione morale, ma antropologica e sociale. I nostri piccoli dalla Chiesa istituzionale vogliono sapere se veramente la fede cristiana è in grado di dare un senso alla vita; vogliono una risposta chiara e non ambigua circa i valori della verità, della libertà, della sessualità, della purezza, della castità, dell’onestà, dell’amicizia, dell’affettività, della fraternità, dell’amore. Se i giovani appartenenti alla “Generazione Z” sono a volte apatici, è perché respirano e imitano l’apatia degli adulti e assimilano la crisi della cultura che li ha generati. Da questa crisi si esce solo con l’azione formativa di adulti che vogliano essere testimoni, maestri, guide autorevoli nell’orientamento dei più piccoli verso la loro piena realizzazione come persone. 




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