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L'omelia del Vescovo Mons. Francesco Savino per la FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE

11/01/2020

“L’evento del battesimo di Gesù nel Giordano a opera di Giovanni, evento in seguito al quale lo Spirito di Dio viene su Gesù (vangelo), è preannunciato dalla figura del Servo del Signore su cui Dio pone il suo Spirito (I lettura) e proclamato da Pietro nella sua predicazione come atto con cui Dio ha “unto” in Spirito Santo Gesù (II lettura). Lo Spirito di Dio che rimane su Gesù significa la comunione piena tra il Padre e il Figlio, tra Dio e Gesù” (Luciano Manicardi).
 Con uno sguardo contemplativo, chiediamoci qual è il significato del battesimo di Gesù.
 Secondo l’evangelista Matteo, poiché nell’immaginario collettivo è più forte colui che battezza di colui che viene battezzato, il fatto in sé poteva generare nella comunità la convinzione che Giovanni Battista fosse più importante o più forte di Gesù, se non addirittura il Messia atteso. D’altra parte, poiché il rito di Giovanni era un “battesimo di conversione per il perdono dei peccati” secondo la testimonianza dell’evangelista Marco (1, 4), era possibile cadere nell’errore di considerare Gesù un peccatore. Nella comunità di Matteo, che era giudeo-cristiana, si era posta la domanda sul perché colui che nella genealogia è stato definito messia regale, in quanto “Figlio di Davide” e, in quanto concepito dallo Spirito, “Dio con noi”, si è sottoposto al battesimo di acqua. La risposta è contenuta nel dialogo tra Giovanni e Gesù, che precede il battesimo stesso.
 Quando Gesù si reca al Giordano, Giovanni dice: ”sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”.
“Giovanni è turbato dinanzi a questo capovolgimento di ruoli e di compiti: il più forte di lui (Mt 3,11) diventa il più debole davanti a lui e il venuto a battezzare lui in Spirito e fuoco (Mt 3,11) si sottopone al suo battesimo di acqua e ai suoi significati. Un non capire che è il riflesso di quello di Matteo e dei suoi, e che coinvolgerà anche il padre e la madre di Gesù posti tra stupore (Lc 2,18), non comprensione (Lc 2,50) e riflessione dinanzi a eventi inediti (Lc 2,19). Un non capire a cui risponde Gesù: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia. Allora egli lo lasciò fare» (Mt 3,15)” (Giancarlo Bruni).
La volontà di Gesù è chiara: vi è una giustizia da portare a compimento, una giustizia che non è ancor chiara a Giovanni e sarà manifestata chiaramente nel corso della vita di Gesù, nella sua morte e resurrezione. Luciano Manicardi scrive: “L’incontro tra i due uomini diviene così un esempio di obbedienza e sottomissione reciproca: Gesù si sottomette all’immersione di Giovanni e Giovanni rinuncia al proprio bisogno spirituale (“Io ho bisogno di essere immerso da te”: Mt 3,14) e accetta di immergere Gesù. L’obbedienza reciproca diviene obbedienza a Dio: la giustizia adempiuta dai due è infatti la realizzazione della volontà di Dio. La giustizia, biblicamente, è la conformità alla volontà divina. L’obbedienza viene qui colta nel suo aspetto adulto e maturo di azione comune e reciproca, non come atto infantile o mortificazione individuale o abdicazione che uno fa alla propria volontà per adempiere quella di un altro, con i rischi di abuso, di giochi di potere e di sopraffazione che questo comporta. L’obbedienza qui è evento di comunione e di carità che consente l’adempiersi del disegno divino. È un atto libero, non impersonale, né immotivato, ma relazionale, e che avviene nel riconoscimento reciproco e nell’amore”. 
“Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco si aprirono per Lui i cieli ed Egli vide lo spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di Lui”. Avviene una teofania: Gesù fa un’esperienza che segna la soluzione di continuità tra vita privata e vita pubblica. Nel duplice movimento di immersione ed emersione, prende coscienza della propria identità: “questi è il Figlio mio, l’amato: in Lui ho posto il mio compiacimento”. E tutti sentono la voce.
 Come nell’in-principio della creazione aleggiava lo Spirito di Dio (cfr. Gen 1, 2), così sulle acque del Giordano scende lo Spirito inaugurando la nuova creazione nel nuovo Adamo, Gesù Cristo. La Parola di Dio dice l’identità di Gesù come figlio di Dio, figlio unico e amatissimo, figlio di cui Dio dice: “Io mi rallegro di te, sei amatissimo da me, mi compiaccio di te, per come vivi e agisci, in piena conformità alla mia volontà”.
Anche a noi, quando abbiamo ricevuto il Battesimo, è stata rivelata la nostra identità: ognuno è figlio di Dio! 
 Per riflettere a quale grandezza siamo elevati, possono essere di aiuto le parole di Ermes Ronchi: “Ma quale gioia, quale soddisfazione può venire al Padre da questa canna fragile sempre sul punto di rompersi che sono io, da questo stoppino fumigante? Eppure «la sua delizia è stare con i figli dell'uomo» (Prov 8,31), stare con me. Al nostro Battesimo, esattamente come al Giordano, una voce ha ripetuto: Figlio, tu mi assomigli, io ti amo, tu mi dai gioia. Hai dentro il respiro del cielo, il soffio di Dio che ti avvolge, ti modella, trasforma pensieri, affetti, speranze, ti fa simile a me”.
Viviamo, dunque, con la gioia di essere figli di Dio, amati per sempre.
+ Francesco Savino


testi biblici (Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17)



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