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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "Il valore autentico delle parole"

12/01/2020

«Tra due parole scegli sempre la minore».
Così scriveva il poeta francese Paul Valéry, invitando a privilegiare quella semplicità pacata di cui ama rivestirsi la verità. Oggi quell’esortazione è diventata quasi un bisogno. In effetti, nella nostra epoca troppo spesso la parola è violenta, aggressiva, addirittura brutale, e ciò specialmente nel contesto digitale, che alimentandosi di immediatezza sacrifica il gusto della profondità del messaggio. Inoltre, con sempre maggior frequenza le parole vengono manipolate, travisate, senza che ci sia più consenso neppure apparente sul loro effettivo significato: da un lato, s’avanza inarrestabile la tendenza a sterilizzarle, fino a privarle di senso ed a ridurle a un insieme di etichette, ovvero di gusci vuoti, bandierine ideologiche; per contro, dall’altro, si assiste inermi alla loro ormai abitudinaria trasformazione in armi da brandire contro qualcuno, in una schermaglia dialettica il cui unico scopo è prevalere sull’interlocutore, sconfiggendo e neutralizzando ogni posizione diversa dalla propria. Il rischio è uno, e grande: dimenticare che la parola ci abita, ci convoca, ci lega, e che essa fondamentalmente è simbolo, legame e riflesso di nessi profondi di tutto con tutto, di ognuno con tutti e di tutti con ciascuno, oltre che indice e segno di quell’universalismo concreto - comune anche al cattolicesimo e radice della fede - in cui non solo niente si perde, ma tutto viene tutelato, salvaguardando le differenze per valorizzarle.
Ed è proprio per questo che bisognerebbe sempre esercitare una sorta di purificazione del linguaggio, riducendolo all’indispensabile e perfino al silenzio. Una quiete dalla quale far sbocciare parole improntate all’ottimismo, che tocchino i cuori, illuminino le coscienze, allietino la vita. È lì che Dio si rivela, è lì che il mistero si schiude, è lì che la meta della vita si delinea. Per dirla con una battuta di un altro poeta francese, Charles Péguy, «alcuni si strappano le parole dalle viscere, altri le tirano fuori dalla tasca del soprabito». Le prime, per Lui e per noi, sono quelle necessarie, quindi ben calibrate, cariche di significato e di verità, mentre le altre sono il flusso instancabile del chiacchiericcio vacuo ed inutile. 
La degenerazione del linguaggio conduce alla volgarità nei comportamenti, alla brutalità nei rapporti, alla stessa incomunicabilità. Ecco, allora, un esercizio da praticare: purificare il modo di esprimersi, riducendo gli sproloqui, abbassando i toni, bloccando le tante derive del parlare che inquinano la sfera pubblica e scolorano o avvelenano la comunicazione ed i rapporti interpersonali.
Non c’è alternativa: come osservava il teologo Ramon Panikkar, «se perdiamo il contatto vitale con le radici delle parole, ci travolgerà il vento della tecnocrazia e perderemo ogni identità».

+ Vincenzo Bertolone



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