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"Consacrati: testimoni dell’eterno". Per la Giornata della vita consacrata, l’arcivescovo Mons. Vincenzo Bertolone ha scritto ai religiosi/e della diocesi

02/02/2020

Carissimi fratelli e sorelle di vita consacrata,

Come accade da anni, il prossimo 2 febbraio 2020 celebreremo la 24ª Giornata mondiale della vita consacrata, evento tutto speciale, nel giorno parimenti speciale in cui la Chiesa celebra la festa della Presentazione del Signore. È un incontro per rinnovare la nostra adesione alla voce del Signore, che ci ha chiamato a seguirlo sulla via della povertà, della castità e dell’obbedienza, nell’ascolto costante del magistero del papa, l’invito del quale è sempre più preciso: essere una Chiesa in uscita, essere “discepoli-missionari” sull’esempio della Samaritana, la quale, come molti samaritani di quella città credettero in lui per la parola che la donna aveva attestato (Gv 4,39), concetto ripreso dal S. Padre in EG,120.

Celebrare questa giornata di anno in anno, è occasione di festa comunitaria, di impegno e di richiesta incessante al Signore del dono di nuove vocazioni alla vita consacrata, che rinnovino il volto della Chiesa e del mondo, che annuncino la gioia del Vangelo e pratichino l’amore di Dio che dà senso all’esistenza, sull’esempio della donna di Samaria e di tante donne forti, presentate nella Scrittura e presenti nelle nostre comunità religiose femminili.

La vita consacrata nella Chiesa diocesana
 La vita consacrata è un dono dello Spirito Santo alla Chiesa e all’umanità. Essa nasce nella Chiesa, cresce nella Chiesa è orientata dalla Chiesa. Come ci ricorda la Lumen gentium, la vita consacrata fa parte della struttura misterica e carismatica della Chiesa, cioè fa parte interamente della Chiesa ed è inserita nella Chiesa, per la Chiesa, della Chiesa.

La vita consacrata, tuttavia, si realizza storicamente in una Chiesa particolare, contribuisce all’edificazione spirituale di essa e ne costituisce una peculiare forza. La Chiesa particolare, dunque, è adornata e impreziosita dalla presenza della vita consacrata, che va pensata, pertanto, come un “segno escatologico”, cioè una voce del mondo che sta per venire, nel territorio diocesano, ovvero un luogo concreto e storico in cui esiste e vive la Chiesa cattolica, come ci ha insegnato il concilio ecumenico Vaticano II, particolarmente nelle due costituzioni Lumen gentium e Gaudium et spes.

In particolare, su questo punto, occorre ricordare l’affermazione di Gaudium et spes che rammenta alla Chiesa tutta – dunque non soltanto ai Pastori e al clero diocesano –, l’incombere di un dovere: «Signa temporum perscrutandi et sub Evangelii luce interpretandi» (GS, n. 4). In forza della radicalità della scelta e dell’essere dentro la Chiesa, anche distribuendosi a livello territoriale locale, la vita consacrata è, dunque, particolarmente adatta a scrutare i segni del tempo alla luce del Vangelo, cioè esprimere la qualità profetica dell’intera vita cristiana ed ecclesiale che, per il battesimo, è propria di tutti i fedeli, a prescindere dai “generi di cristiani”.

La presenza delle vocazioni di speciale consacrazione all’interno di una Chiesa particolare, dunque, è da pensare sorgivamente in relazione sempre più convinta con tutti gli altri soggetti ecclesiali e, soprattutto, sempre in costante relazione ai bisogni socioculturali emergenti, per esempio a livello regionale o territoriale.

Immaginiamo la madre Chiesa come un giardino, sul quale crescono piante di fiori di varie specie. L’amenità del giardino, per chi lo contempla in primavera, dal di fuori e con un colpo d’occhio, sta nel fatto che si alternano qui una camelia, là un rododendro, più il là un roseto, un’azalea, un’ortensia, una magnolia e via discorrendo. La bellezza del giardino sta proprio nella varietà molteplice di fiori che armonizza con l’unità dello sguardo. E chi contempla l’insieme è portato ad esclamare: Bello! Incantevole! Così è della presenza della vita consacrata in una diocesi, che diventa ambito per l’esercizio della profezia escatologica.

La profezia è certamente capacità di giudizio sul mondo a partire dall’amore misericordioso di Dio, ma è anche saper attendere il ritorno del Signore. Perciò la dimensione escatologica della vita consacrata è importante. È un vivere “come se”, “già e non ancora”. È quello che dobbiamo vivere come orizzonte. È vivere in attesa questo sperare e, nel frattempo, discernere i segni dei tempi.

C’è ancora posto per la vita consacrata nel mondo attuale? 
Oggi sembra che l’ideale della consacrazione totale e radicale a Gesù Cristo non trovi molto spazio. Se ci limitiamo all’orizzonte italiano o europeo, come osservò papa Francesco, assistiamo ad una «emorragia che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa», ma se il nostro sguardo spazia verso orizzonti più ampi, ci rendiamo conto delle profonde novità che rendono anche il nostro presente tempo di grazia, carico di speranza, di futuro, di attese e di creatività.

Se, da un lato, nelle società occidentali ammiccanti ad una cultura secolaristica, i consacrati diminuiscono, nei paesi di recente evangelizzazione il numero dei consacrati aumenta e ci consente di guardare speranzosi al futuro della Chiesa universale. I responsabili, perciò, si domandano: quale discernimento sulle opere sostenute da Istituti di vita consacrata e come gestire la resistenza a una specie di libido moriendi che mette alla prova molte famiglie religiose?

Certamente, in molte occasioni le opere possono tradire. Quando si dà troppa importanza alle opere, resta molto nascosta la forza originaria del carisma dei Fondatori. Tutto questo è strettamente unito all’elemento del dialogo con il mondo. Le opere devono essere una conseguenza di tale dialogo. Dobbiamo chiederci sempre da capo, per esempio: è necessaria oggi l’educazione? Cosa posso fare? Come gestisco le scuole e le varie attività? Che cosa posso fare per immigrati, rifugiati, i senza fissa dimora (stranieri e italiani), persone a rischio di devianza, adulti richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale, donne italiane e straniere (anche con prole) vittime di violenze, abusi e maltrattamenti?

Giornata vita consacrataQueste sono domande che bisogna porsi con chiarezza e a cui si deve rispondere con sincerità, tenendo conto del cambiamento d’epoca. Tuttavia, ciò non ci esime dal considerare i vari impedimenti per tanti uomini e donne di buona volontà a consacrare la propria vita al Signore sulla via dei consigli evangelici, soprattutto nella nostra Italia e nel nostro Sud, che tanto deve all’operato di schiere di consacrati che hanno dato se stessi per la crescita e il riscatto spirituale, culturale, caritativo e sociale della gente dei nostri territori, non di rado irretita da valori antievangelici e disumani delle varie mafie, della corruzione e della criminalità organizzata. Purtroppo oggi dobbiamo constatare una cultura tesa a contrastare la religiosità cristiana, relegando la fede a un discorso privato, squisitamente individuale, mai sociale.

Da tale panorama, la nostra società risulterebbe affetta da una forma di “anemia culturale”. Per questo, per il 50° anniversario della Missione permanente della Santa Sede al Consiglio d’Europa, è stato organizzato un convegno interdisciplinare con il tema Costruire insieme l’Europa.

Nella relazione introduttiva al convegno mons. Gallagher, segretario della Santa Sede per i rapporti con gli Stati, ha affermato che occorre «forgiare un’identità europea basata su valori condivisi che trascendono le diversità culturali».

Al suo intervento hanno fatto eco le parole di mons. Ganci, presbitero della nostra arcidiocesi, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa: «L’Europa oggi ha bisogno di cristiani, la vera radice cristiana dell’Europa è il cristiano stesso. Se viviamo solo di memoria non basta. Abbiamo bisogno di un albero vivo oggi, che è il cristiano, segno di quelle radici».

In una società come la nostra, dunque, caratterizzata da una religiosità soggettivistica e multiculturale, i consacrati dovrebbero essere più saldamente ancorati agli ideali evangelici a cui hanno giurato obbedienza, divenendo custodi delle antiche radici cristiane e testimoni dell’eterno in un mondo che muta.

Certo, se un tempo la vita religiosa con i suoi edifici e le sue strutture, con l’alto numero delle comunità, trasmetteva messaggi saldi e radicamento territoriale capace di rassicurare anzitutto i propri membri e poi la comunità ecclesiale, oggi essa viene giudicata debole, sempre con i suoi protagonisti più esigui numericamente e talvolta incerti e smarriti.

Occorre ripartire dall’ascolto del Signore, fonte di speranza e che, proprio, come nel caso dei discepoli di Emmaus, delusi dagli avvenimenti della passione, lascia anche a noi, nello spezzare il Pane e la Parola, i segni tangibili della sua presenza, preludio e alba della risurrezione.

In ascolto della Scrittura: il luminoso esempio di Giuditta
Immaginate una ragnatela e degli elefanti infuriati, che marciano contro di essa. Potrà mai una fragile, minuscola ragnatela resistere ad un simile impatto? Nessuno spenderebbe una parola in favore della minuscola ragnatela. Non c’è alcun paragone tra le due forze. La ragnatela cattura insetti, non di certo enormi animali.

In natura, il piccolo soccombe sempre al grande, il debole al forte, il malato al sano, il povero al ricco, l’ignorante al dotto astuto, il buono al cattivo, e così via. La situazione iperbolica, dal sapore sapienziale, descrive bene il rapporto tra la nostra società occidentale secolarizzata e la vita consacrata, che appare un piccolo e fragile segno che, da solo, non può far fronte alle sfide che le provengono da questa stessa società.

Lo stesso accadde al tempo di Israele, quando il Signore, come leggiamo nel libro biblico di Giuditta (che, come ricordiamo, trovò qualche difficoltà ad entrare nel canone ebraico e in quello cristiano), suscitò presso il popolo l’esempio luminoso e radiante di Giuditta. Ella è un archetipo dell’eroe al femminile. Quasi a sottolineare la rilevanza del personaggio, il narratore biblico presenta una genealogia di ben sedici generazioni, per approdare a questa vedova senza figli, come lo erano Noemi, Rut, Abigail e Betsabea.

Giuditta dimostra una particolare abilità nell’aprire un cammino per sé e per tutto il popolo. A differenziarla è la maternità, poiché, mentre Betsabea e Rut – e attraverso di lei Noemi – presto o tardi hanno figli biologici, Giuditta, più vicina alla figura di Debora (cf. Giudici 5-7) è madre del popolo.

Una donna forte in mezzo al popolo, come emblema della vita consacrata
Noi chiamiamo “sorella” e “madre” la donna di vita consacrata. Gli assiri che si avventavano contro Israele erano qualcosa di più di uno sciame di cavallette in un campo di orzo o di grano ancora verde, ma in via di crescita. Il loro esercito era così potente da togliere il respiro; non esistevano forze capaci di opporglisi. Diciamo – per tornare all’esempio – che era la mandria di elefanti diretta contro una minuscola ragnatela, quale era allora il popolo dei giudei.

Ma i giudei solo apparentemente erano una ragnatela. Dalla loro essi avevano una forza invisibile e invincibile: il loro Dio e Signore. Solo che questa forza invisibile e onnipotente possiede uno strano modo di scendere in campo. Infatti si palesò quando tutte le risorse umane avevano fallito.

Che cosa fece il Dio di Israele? Suscitò una donna forte in mezzo al suo popolo: Giuditta, che vive in una comunione ininterrotta con la Sapienza divina, frutto di una vita contemplativa e adorante, estrinsecantesi nella santità del suo corpo e dello suo spirito. Tutto questo produce in Giuditta la verità del suo Signore e anche la forza di manifestarlo nella sua onnipotenza e grandezza invincibile: il Dio, adorato da Giuditta, si dimostra un Dio vivo. È però l’uomo che deve operare e riconoscere la divina straordinaria grandezza.

Nel caso di Giuditta, che affronta il capo dei filistei, si estrinseca grazie alla sua ininterrotta vita ascetica, riservata, lontana dai vizi, in specie dalla voluttà peccaminosa. È il frutto di quella intima comunione con Dio che lei cercava e che ogni giorno, nel silenzio e nella preghiera, trovava, perché aveva scelto Dio come il tutto della sua vita.

Ritengo che Giuditta sia un esempio luminoso per tutti noi consacrati, in un tempo segnatamente dominato dall’oblio di Dio e della sua “scomoda” Parola. Il consacrato, nella sua ininterrotta comunione con la sapienza di Dio, diviene davvero segno profetico, strumento di Dio che interviene in soccorso delle fragilità umane, a patto però che l’uomo, chiamato a collaborare con lui, sia onesto. Come in Giuditta, anche nel consacrato, Dio deve divenire una cosa sola con la creatura: nei pensieri e nelle opere, nelle decisioni e nelle scelte di vita. Dio pensa con la mente di Giuditta, vede con i suoi occhi, opera con le sue mani, decide con la sua volontà: oggi Dio pensa – o dovrebbe pensare: sta a noi permetterglielo! – con la nostra mente di consacrati, vede con i suoi occhi, opera con le sue mani, decide con la sua volontà.

Domandiamoci, alla luce di questa figura biblica: come ci poniamo verso i processi di cambiamento in corso, soprattutto se essi risultassero viziati dall’ideologia del clericalismo (per il quale le persone vivono con atteggiamenti da “segregati”, con la puzza sotto il naso)? Quale sarà il criterio di base per giudicare le nostre comunità alla luce della povertà, della preghiera e della pazienza? Che cosa faremo di fronte alla scarsità delle vocazioni? Come opereremo un accurato discernimento sulle vocazioni, soprattutto di fronte a persone con problemi abbastanza seri sul piano psicologico e spirituale, che credono di trovare sostegno agli stessi nella vita consacrata? Come tradurre l’istanza missionaria in modo da frequentare, come consacrati, il futuro che Dio stesso va preparando, cioè aprire orizzonti di attesa di quanto sta per venire nella storia?

Conclusione
Consacrate e consacrati carissimi, sento il dovere, con questa lettera, che spero vogliate leggere anche in comunità, di ringraziarvi, incoraggiarvi per il vostro impegno, soprattutto quello svolto, con discrezione e silenzio, nelle vostre comunità, anche se, talvolta, è ripagato con l’ingratitudine. Nel caso ciò accada, vi sia di conforto questa massima di s. Giovanni Bosco: «Guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo: il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con l’ingratitudine».

Abbiate sempre il coraggio di comunicare la gioia di un’esperienza: la gioia dell’incontro intimo, gioioso e fruttuoso col Signore! Prima della vostra opera missionaria, vi sia il contatto frequente con le Scritture, la preghiera, soprattutto liturgica e i sacramenti: solo così potrete comunicare il vostro ardore che è fuoco che arde in voi e che viene costantemente alimentato dai mezzi soprannaturali e dalla Grazia.

Agite come la santa Madre Teresa di Calcutta, la quale ogni mattina trascorreva con le sue consorelle almeno due ore davanti al Santissimo Sacramento in preghiera e in meditazione e un’ora, nel pomeriggio, in adorazione. Questo la riempiva di luce, amore e energia per riconoscere, amare e servire Gesù nei poveri e negli scartati.

Vedendo uscire una suora per la missione con il volto velato dalla mestizia, la Madre le consigliava di sostare un’ora davanti all’eucaristia, per attingervi quella gioia indispensabile nel contatto con gli ultimi. Proprio come fanno i domenicani, per i quali è “Legge” contemplata aliis tradere. Si comunica e si trasmette solo ciò che si è contemplato con gioia, cioè di adorare, meditare, approfondire cuore a cuore con il Signore, presente nella Bibbia, nell’eucaristia, nei sacramenti, nei poveri.

Carissimi consacrati/e, siate contemplativi e, se siete chiamati dal vostro carisma al servizio della carità, stando a più diretto contatto con le sofferenze degli uomini e delle donne, siate “contemplativi della strada”, “mistici dell’azione”, come desiderava il futuro beato calabrese, don Francesco Mottola, il quale esortava a fare: «tutto con calma, con spirito di avventura eterna (…) Non vi scoraggiate, fate il meglio possibile nel momento attuale. Con spirito di distacco, con la nostalgia dell’eterno, sempre presente. Allora sì: tutto il lavoro materiale diventa preghiera» (Lettera del 9 febbraio 1969).

Dal profondo del cuore, da consacrato come voi, paternamente e fraternamente vi benedico, chiedendovi di pregare per me e per i bisogni della porzione del popolo di Dio che mi è stato affidato, dove voi siete i portabandiera del mondo che verrà e che vogliamo migliorare.

Catanzaro, 17 gennaio 2020 Sant’Antonio Abate

+ P. Vincenzo Bertolone (S.d.P.)arcivescovo di Catanzaro-Squillace


fonte:www.settimananews.it




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