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Pubblicata la rivista giuridica “In Charitate Justitia” del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Calabro

06/02/2020

Proponiamo l'editoriale del direttore responsabile, Mons. Antonio Morabito.

Siamo ormai a pieno regime nell’amministrazione della giustizia canonica nel nostro Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Calabro, i Motu proprio di Papa Francesco, Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus, pubblicati nel 2015, hanno riordinato ex integro i processi matrimoniali, con i tre tipi di processo: ordinario, brevior e documentale.
L’esigenza di snellire le procedure ha condotto a semplificare il processo ordinario, con l’abolizione della doppia decisione conforme obbligatoria. D’ora in poi, se non c’è appello nei tempi previsti, la prima sentenza che dichiara la nullità del matrimonio diventa esecutiva. Vi è, poi, l’altro tipo di processo quello breve. «Questa forma di processo è da applicarsi nei casi in cui l’accusata nullità del matrimonio è sostenuta dalla domanda congiunta dei coniugi, abbia
argomenti evidenti, essendo le prove della nullità matrimoniale di rapida dimostrazione. Con la domanda fatta al Vescovo, e il processo istruito dal Vicario giudiziale o da un istruttore, la decisione finale, di dichiarazione della nullità o di rinvio della causa al processo ordinario,
appartiene al Vescovo stesso, il quale – in forza del suo ufficio pastorale – è con Pietro il maggiore garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina. Sia il processo ordinario che quello breviore sono comunque processi di natura prettamente giudiziale, il che significa che la nullità del matrimonio potrà essere pronunciata solo qualora il giudice consegua la certezza morale sulla base degli atti e delle prove raccolte» (Sussidio applicativo Motu proprio).


“Il processo breve ha introdotto così una tipologia nuova, ossia la possibilità di rivolgersi al Vescovo, quale capo della Diocesi, chiedendogli di pronunciarsi personalmente su alcuni casi, nei casi più manifesti di nullità. E questo poiché la dimensione pastorale del Vescovo, comprende ed esige anche la sua funzione personale di giudice. Il che non solo manifesta la prossimità del pastore diocesano ai suoi fedeli, ma anche la presenza del Vescovo come segno di Cristo sacramento
di salvezza. Per questo i nostri Vescovi hanno voluto dare forza ad un Tribunale Interdiocesano. Questa riforma processuale è basata inoltre sulla prossimità e sulla gratuità. Prossimità alle famiglie ferite significa che il giudizio, per quanto possibile, si celebri nella Chiesa diocesana,
senza indugio e senza inutili prolungamenti. Il termine gratuità rimanda al mandato evangelico secondo il quale gratuitamente si è ricevuto e gratuitamente si deve dare (cfr Mt 10,8), per cui richiede che la pronunzia ecclesiastica di nullità non equivalga ad un elevato costo che le persone disagiate non riescono a sostenere” (Papa Francesco, Discorso Apertura lavori della 73^ Assemblea Generale della C.E.I. del 20.05.2019).

Il Tribunale Interdiocesano Calabro è stato istituito con decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica del 12 gennaio 2018; Moderatore è l’Arcivescovo Metropolita di Reggio Calabria – Bova Mons. Giuseppe Fiorini Morosini, Vicario Giudiziale è Mons. Vincenzo Varone. Il Tribunale ha una nuova sede, confortevole e accogliente, situata nei locali messi a disposizione dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria – Bova.
A distanza di qualche anno dall’entrata in vigore della riforma, attraverso i contenuti della Rivista, si intende oggi operare una prima verifica circa la sua applicazione pratica. L’anno Giudiziario 2019 ha visto la prolusione del prof. H. Franceschi, Ordinario di Diritto matrimoniale canonico alla Pontificia Università della Santa Croce, dal titolo La funzione del diritto nella
comprensione del matrimonio. Molto interessante è la tematica trattata dall’articolo dell’Avv. Salazar, dal titolo L’incidenza della “lealtà familiare invisibile” sulla capacità giuridico – canonica di contrarre matrimonio (can. 1095 nn. 2 e 3 CIC).
In questa rivista viene trattato il tema della simulazione o esclusione totale del matrimonio stesso, secondo il canone 1101,1 “Il consenso interno dell’animo si presume conforme alle parole o ai segni adoperati nel celebrare il matrimonio”. Simulazione significa mostrare esternamente il contrario di quello che si ha nella mente o nel cuore. 

Nel matrimonio si ha la simulazione quando il contraente esternamente pone i segni o proferisce le parole di rito, ma internamente nega il consenso.
Nella società di oggi i valori religiosi stanno subendo un mutamento così radicale che esprime la realtà della secolarizzazione, cioè distaccarsi dal sacro e dal tradizionale da parte dei giovani. Si manifesta così una soggettivizzazione del bisogno religioso con una riduzione nella sfera del privato tale è infatti la ricerca dei giovani di forme di convivenza o di compagnia che non si concludono con il matrimonio né ecclesiastico né civile.
Conseguenza di ciò è lo sganciamento della religiosità individuale della riduzione della sfera affettiva e religiosa nel privato. Il matrimonio pertanto in questa crisi del sacro non viene visto più come una finalità necessaria per una piena maturità umana ma come un vincolo obbligante e quindi da evitare per un percorso che mette in evidenza il consumismo.
La mancanza poi di lavoro per i giovani e la diminuzione consistente di una sicurezza tale da rendere la famiglia in condizione di poter pensare ad una stabilità intesa come vita quotidiana di ogni giorno rende incerta la formazione di una comunità.
A maggior ragione non si pensa più alla procreazione responsabile, ma ad una dimensione utilitaristica della coppia per cui nascono pochi figli anche nel matrimonio canonico perché si ha paura del futuro e di poter mantenere una situazione economica adeguata. 
In conseguenza della secolarizzazione, della pratica religiosa tradizionale è in crisi lo stesso matrimonio così come è stato inteso e la sua attuazione con i valori tradizionali legati alla nostra civiltà occidentale.
Tuttavia occorre vivere una pastorale nelle nostre parrocchie che faccia vivere la realtà del matrimonio come sacramento inteso come la felicità più grande a cui si è chiamati dal progetto di Dio che è vocazione alla famiglia, che rimane il centro fondamentale di qualsiasi rapporto all’interno della chiesa e della società.

Nel diritto canonico e conseguentemente nei processi vengono valutati casi di simulazione totale o di esclusione di uno dei beni del matrimonio, ad esempio il consortium totius vitae, cioè la comunione di vita. Tale caso si sta rendendo sempre più presente nei processi che arrivano al nostro tribunale. Un segno chiaro dell’esclusione dello stesso matrimonio, o simulazione totale, da parte del contraente, è  dato dalla sua persuasione che, ottenuto il fine estrinseco al matrimonio,
per lui nulla è mutato e che lo stato post-matrimoniale è perfettamente identico alla condizione antecedente, cioè non si assume più gli obblighi verso i quali il matrimonio è stato perfezionato con il consenso. Bisogna quindi recuperare una dimensione più autentica dell’amore cristiano che conduce ad una sensibilità dell’uno verso l’altra all’interno di una pastorale della famiglia che verifichi l’importanza del matrimonio come sacramento. (anche in allegato)

Can. Mons. Antonio Morabito
Direttore Responsabile



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