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La riflessione domenicale del Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "L’amore, antidoto alla malattia"

09/02/2020

«A dire il vero, non è la morte, è la malattia quello che temo, l'immensa umiliazione legata al fatto di languire nei paraggi della morte».
L’11 febbraio, come ogni anno dal 1992 ad oggi, si celebrerà in tutto il mondo la “Giornata del malato”, istituita da San Giovanni Paolo II. Per l’occasione, l’aforisma del filosofo rumeno Emil Cioran può essere utile a rivelare e comprendere la fragile e precaria condizione umana di fronte al male. Non c’è dubbio: l’ipocondria non risparmia nessuno. Si ha paura delle malattie più disparate ed al primo raffreddore si è pronti ad ingurgitare medicinali e intrugli vari pur di tornare in fretta alla “normalità”, uno stato in cui non c’è posto neppure per il pensiero della finitudine e dell’inesistenza di rimedi atti a garantire la vita eterna. Ostinatamente, si inseguono le realtà piacevoli, come se fossero l’approdo ultimo e definitivo. Certo: la ricerca della felicità è legittima, anzi per molti versi essenziale, ma se la si sgancia dalla consapevolezza della sua provvisorietà e relatività, diventa soltanto un’amara illusione.
A darle un senso, una dimensione di concretezza, un equilibrio stabile, è proprio la malattia, la quale ci rende anzitutto coscienti dei nostri limiti, spazzando via ogni delirio di onnipotenza. Inoltre, ci spinge a ritornare bambini, a ricercare la semplicità del fanciullo che ama essere coccolato. In questa maniera, rivelando senza finzioni il bisogno dell’altro, trasforma l’uomo da signore in mendicante: i sentimenti rifioriscono, si rafforzano i legami autentici, si riscopre la bellezza dell’amore. E da quel momento brilla di nuova luce anche la gerarchia dei valori: la ricchezza perde di consistenza, come il mito dell’autosufficienza, schiudendo le porte alla relazione con Dio, al cammino nel mistero. «La Chiesa - scrive non a caso papa Francesco nel messaggio diffuso in occasione della “giornata mondiale del malato” - vuole esser sempre più e sempre meglio la locanda del Buon Samaritano che è Cristo, cioè la casa dove potete trovare la sua grazia che si esprime nella familiarità, nell’accoglienza, nel sollievo». Con le sue parole il Santo Padre ricorda che la malattia non è questione esclusivamente biologica, bensì anche esistenziale: per questo il malato deve essere curato non solo con la dovuta tecnica, che va comunque garantita a tutti perché – aggiunge - «non si trascuri la giustizia sociale», ma anche umanamente, ovvero sul piano culturale e sociale, con il calore di una presenza che consenta di addentrarsi con dolce raziocinio nel mondo della sofferenza, a dimostrare che questa deve e può essere affrontata non scegliendo tra fede e scienza, come se fossero necessariamente alternative, ma confidando in entrambe, proprio come un uomo di tecnica e progresso, Steve Jobs, invitava a fare nel discorso tenuto agli studenti dell’Università di Stanford nel 2011, poco prima della sua morte: «La tecnologia da sola non basta; è il connubio tra tecnologia e umanesimo, scienza e discipline spirituali e culturali a far sorgere un canto nel cuore».

+ Vincenzo Bertolone



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