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Il messaggio dell'Arcivescovo Mons. Vincenzo Bertolone per la Giornata mondiale del malato

11/02/2020

"Accogliere nella sofferenza la Misericordia di Dio nella persona risanatrice di Gesù!"

Carissimi fratelli e sorelle, chiamati a completare nella vostra carne sofferente ciò che manca ai patimenti di Cristo Signore! Cari candidati al ministero della consolazione e cari christi fideles che, in modi diversi, vivete un servizio di prossimità e assistenza ai sofferenti!Uomini e donne di buona volontà, che siete ammalati o allettati nelle vostre dimore o in case di degenza e di cura! 

1.Celebrare laGiornata del malato. Istituita da san Giovanni Paolo II il 13 maggio 1992, memoria liturgica della Madonna di Fatima, la Giornata del malato ci ricorda che in Cristo Gesù, compimento delle profezie di Isaia sul giusto sofferente, la sofferenza delle creature è stata assunta in modo non ideale, ma concreto e reale, da Dio stesso nella sofferenza del suo Figlio morente in croce! In questo senso, come ha affermato il teologo Xavier Tilliette: «Non è affatto aberrante parlare della sofferenza di Dio; essa, anzi, è perfino un elemento capitale della vita trinitaria» . Certo, non si vuole sostenere una vera e propria contraddizione nella natura divina, pura e intatta; e tuttavia, riteniamo che il modo in cui l’uomo Gesù ha vissuto la sofferenza e l’abbandono, aderendo alla volontà del Padre, possa essere di conforto a tutti coloro che, con spirito di fede, accolgono di vivere il dolore come via privilegiata di santificazione,con serena rassegnazione e spirito di fede. Così come ci attesta la Lettera agli Ebrei: «Nei giorni della sua vita terrena», Gesù «offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,7-9). Sulla Via Crucis di Gesù, la Chiesa, soprattutto mediante il sacramento dell’Unzione dei malati, si fa prossima a chiunque si trovi  nel dolore fisico, nella sofferenza psichica, nella malattia grave, tratto terminale dell’esistenza, avendo chiara l’esortazione di S. Giacomo: «Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode. Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gm 5,13-15).

2. Non restare ciechi nel dolore.Ha scritto un poeta:«Voi errate in alto, nella luce/ su tenero suolo, genii beati!/ Splendidi aure divine/ vi sfiorano leggere/ come le dita dell’artista/ le sacre corde.// Sciolti dal destino, come il poppante/ che dorme, respirano gli immortali;/ pudico, in boccio timido avvolto/ eterno fiorisce per essi lo spirito,/ e gli occhi beati guardano/in placida eterna chiarità.// Ma a noi è dato/ in nessun luogo trovar pace,/ dileguano, cadono,/ nel dolore gli uomini/ ciecamente/ di ora in ora,/ come acqua da pietra/ a pietra lanciata,/senza mai fine, giù nell’ignoto» . 
L’uomo, soprattutto se confrontato, come fa il poeta, con i genii beati, sembra vagare in una dolorosa oscurità, mentre gli dèi incedono sereni nella luce dorata: il Canto del destino di Iperione di Friedrich Hölderlin (1770-1843) è una lirica tragica, dalla struggente forza espressiva, scritta dal poeta nel 1798 e inserita poi nel romanzo L’Iperione o L’eremita in Grecia. Il poeta contrappone in maniera netta le prime due strofe, radiose e distese, che rappresentano il mondo degli dèi, alla terza, più concisa e angosciante, come solo il mondo degli uomini può essere. Nessuna possibilità di fusione, né di avvicinamento; qui la scissione è insanabile! Sarà il compositore Johannes Brahms, nel 1871, con il suo Schicksalslied (Canto del destino) per coro e orchestra, op. 54, su testo di Hölderlin, a superare la cupezza dell’ultima strofa della lirica, concludendo la composizione con più evidenti note di speranza e di luce. Secondo la visione del poeta, tuttavia, la divinità è impassibile, dunque distante e non curante delle vicende degli uomini, inerte innanzi al loro dolore e alla loro sofferenza: un dio apatico, insomma, certamente dissonante con l’Abbandonato della Croce, il quale rimette fiduciosamente nelle mani del Padre il suo spirito di uomo percosso, lacerato, flagellato, caduto, morente. 
Già sette secoli prima, San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), nei suoi Sermones aveva usato questa bella espressione: Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis (“Dio è impassibile, ma non senza compassione”). Memore dell’espressione di Bernardo, Benedetto XVI, nell’enciclica Spe salvi, rassicurava i cristiani circa il senso di questa compassione divina: «Dio non può patire, ma può compatire. Dio ha per l’uomo un amore così grande da farsi lui stesso uomo proprio per  compatire con lui, in modo  reale, in carne e sangue... Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza» (Spe salvi, n. 39).

3. L’esempio di Cristo Gesù.Sull’esempio di Gesù, la sofferenza di un essere vivente e percettivo, puòtrovare la via del senso e la strada della consolazione e del ristoro,può perciò essere accolta. Certamente ciò è facile a dirsi, ma molto più difficile da vivere. Tuttavia, come ci esorta il Santo Padre Francesco nel suo Messaggio per l’occasione della Giornata del malato 2020 – commentando il passo evangelico «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi, e io vi darò ristoro» (Mt 11, 28) –: «Gesù Cristo, a chi vive l’angoscia per la propria situazione di fragilità, dolore e debolezza, non impone leggi, ma offre la sua misericordia, cioè la sua persona ristoratrice. […] Perché Gesù Cristo nutre questi sentimenti? Perché Egli stesso si è fatto debole, sperimentando l’umana sofferenza e ricevendo a sua volta ristoro dal Padre. Infatti, solo chi fa, in prima persona, questa esperienza saprà essere di conforto per l’altro» . Cristo Signore ci ha lasciato un esempio e un’opportunità, per quanto concerne la sofferenza e il dolore, da lui patiti  ingiustamente sulla Croce: “Tieni nel tuo cuore Gesù Cristo e tutte le croci del mondo ti sembreranno rose” (diceva san Pio da Pietrelcina). Tutto questo, però, ha espiato il peccato del mondo: nell’abisso del più triste fallimento dell’uomo, si rivela così l’inesauribilità del mistero dell’amore di Dio in Cristo Gesù, per il quale ogni negatività e ogni male viene ormai oltrepassato: «[…] «[…] Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, 7 ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre.(Fil 2,6-11). 
Credo davvero che nessuno più di chi soffre, nel corpo e/o piagato nella psiche e nello spirito, possa guardare con naturalezza il Crocifisso - il cui segno viene spesso collocato nelle stanze dove si trovano ammalati e sofferenti, per poter  gridare al mondo quanto l’amore di Dio per l’uomo sia stato smisurato, oltre che reale e concreto, pur in tutta la drammaticità di quell’evento. Ecco che la sofferenza accolta diviene sofferenza condivisanella fede sia con Gesù sia  con i fratelli nella fede, i quali dal Christus patiens et medicus (Cristo sofferente e medico) apprendono l’arte non soltanto della cura, ma del prendersi cura, diventando viva testimonianza anche per coloro che non credono. Si realizza perfettamente in coloro che soffrono quanto leggiamo: «[…] «[…] Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,28-29).

4.L’esempio dei Pastorelli di Fatima. «Volete offrirvi a Dio? - Sì, lo vogliamo…». È una parte del dialogo tra i pastorelli di Fatima, Francesco, Giacinta e Lucia, e la Vergine Maria (13 maggio 1917). La risposta immediata dei fanciulli non la si comprende se letta con i parametri dettati dalla nostra odierna società, per la quale l’avere ha più valenza dell’essere e il vivere autenticamente esclude a priori l’offerta libera e generosa del dono più grande che abbiamo ricevuto: la vita. I piccoli pastorelli, sia pur inconsapevolmente,  hannomesso in pratica l’esortazione di Pietro, contenuta nella prima Lettera, ovvero: «Ma se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime» (1Pt 2,19-25).
La logica dell’offerta e del dono, con tutto ciò che comporta (gratuità, sofferenza, immolazione, gratitudine, sacrificio, rinuncia), oggi sembra non trovare spazio e neppure  far breccia nei cuori altrui. La nostra civiltà sta dimenticando la relazione, sta emarginando la logica del “per”. In Introduzione al cristianesimo,  Joseph Ratzinger delineò alcune strutture portanti dell’essere-cristiano, tra queste, appunto, delinea il “principio del per”, con questi termini: «Tutti gli sforzi di superamento di sé, intrapresi dall'uomo, non possono mai bastare. Chi vuol solo dare e non è pronto a ricevere, chi vuol essere solo per gli altri, senza riconoscere che anch'egli, a sua volta, vive del dono gratuito e inesigibile del 'per' degli altri, misconosce il tratto fondamentale dell'essere uomini, finendo così per distruggere anche il vero senso dell'essere per gli altri» . Solo guardando al Crocifisso, che si sacrifica “per” noi uomini e “per la nostra salvezza”, è possibile affermare una cosa del genere! Solo forti di questa fede, non tanto recepita nelle sue elaborazioni dottrinali quanto nell’abbandono fiduciale alla volontà di Dio, i pastorelli di Fatima hanno saputo essere per, offrendosi a Dio, relativizzando cioè ogni cosa a lui, persino la loro stessa vita, i loro affetti, le loro amicizie, il proprio carattere. 

5.Sofferenza accolta – condivisa – offerta nella preghiera, soprattutto eucaristica.Colui che ha accolto con fede la sofferenza, certo di dare compimento a ciò che dei patimenti di Cristo manca nella propria carne (cfr. Col 1,24), condivide la propria personale sofferenza, fisica e psichica, con quella di Cristo Signore e con quella di tutti coloro che soffrono insieme con lui, non solo nella carne ma anche nello spirito (pensiamo aiperseguitati per la fede e tuttavia sono disposti ad affrontare anche il martirio). A te, fratello o sorella, che vivi tutto questo, potrebbe mancare solo una cosa: offrire la tua sofferenza nella preghiera! Ma se già hai questa coscienza e ti sforzi di vivere l’offerta della tua sofferenza la Signore, sappi che la tua perseveranza, ottenuta nella grazia di Dio, è un dono di inestimabile valore per la redenzione tua e del mondo. Sono certo che ogni sofferenza offerta al Signore convertirà qualche anima e farà ritornare sulla retta via qualche deviante! Metti nel tuo cuore quanto dice S. Giacomo: «Molto potente è la preghiera fervorosa del giusto.  Elia era un uomo come noi: pregò intensamente che non piovesse, e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto» (Gc 5,16-18). A te, sorella o fratello, che sei chiamato, per professione, per parentela, per amicizia o per volontariato, ad alleviare le sofferenze di qualche persona ammalata, allettata e sofferente, soprattutto se afflitta da patologie neurodegenerative, non ho altro da offrirti se non l’esempio della Vergine Maria ai piedi della croce: è proprio lì che si è consumato il suo martirio dell’anima, ed ancora una volta, alla scuola di Cristo suo Figlio, la Beata Vergine, il cui cuore è stato trafitto, come dice la devozione religiosa, da sette spade, ha saputo essere la Mater dolorosa, cioè offrire in modo esemplare la sua sofferenza al Padree così dal sacrificio del Figlio suo, al quale Ella ha unito il sacrificio di sé, è nata la Chiesa che, particolarmente nell’Eucaristia, immola la vittima sacrificale per ottenere salute al mondo intero. 

6. I ministri della consolazione. La malattia, il dolore, la sofferenza rischiano di chiudere la persona colpita e i suoi familiari in un isolamento dannoso. La comunità cristiana ha sempre avvertito il desiderio e il dovere di tenere e tendere la mano a chi soffre. In questo filone di carità e di giustizia si inserisce l’opera di quei cristiani che a nome della propria comunità e in stretta collaborazione con il loro parroco vogliono svolgere un tale ministero di prossimità alla sofferenza. Pertanto, anche nella nostra Arcidiocesi, ho espresso il desiderio che sia istituito in modo stabile e permanente il ministero della consolazione, da affidare a uomini e donne che dimostrano di possedere il carisma della cura e dell’accompagnamento umano e spirituale dei sofferenti d’accordo con i parroci o i cappellani delle case di riposo in cui dimorano malati della parrocchia e delle Istituzioni sanitarie e socio-sanitarie. Questi ministri devono essere capaci di mettersi in ascolto del territorio parrocchiale e diocesano per individuare le nuove emergenze e le nuove forme di sofferenza; penso ad esempio alla mancanza di una rete reale di volontariato o alla loro organizzazione nei principali luoghi della sofferenza. In questo senso essi diventano anche stimolo di crescita e organizzatori della speranza oltre che della carità. Nella fattispecie si tratta di visitare i malati nei diversi contesti dove essi si trovano, valorizzando la presenza come segno della vicinanza di Dio e della comunità a chi è nella sofferenza, tenendo presente che ognuno dei luoghi che ospitano gli ammalati è guidato da un insieme di valori che influisce sia sui malati e loro familiari che sul personale. Compito primario del ministro della consolazione è quello di aiutare il malato o l’anziano fragile, nel pieno rispetto della sua visione della vita, a utilizzare le risorse spirituali e religiose per fare fronte positivamente alla malattia, alla disabilità o alla vecchiaia, sino a vedere in esse un’occasione di crescita umana e spirituale e di apostolato; tradurre lo stare insieme al malato anche con gesti concreti di aiuto (compere varie, disbrigo della corrispondenza, accompagnamento a visite mediche...); sostenere i familiari dei malati, aiutandoli a superare gli inevitabili momenti di scoraggiamento e di stanchezza; collaborare all’animazione e al coordinamento della pastorale della salute nella parrocchia e nelle Istituzioni sanitarie e socio-sanitarie, valorizzando le occasioni offerte dalle ricorrenze dell'anno liturgico (Avvento e Quaresima) e dai tempi dedicati all'attenzione degli infermi, come ad esempio la Giornata  Mondiale del Malato. Coloro che volessero rendersi disponibili ad accogliere questo ministero istituito, si rivolgano ai propri parroci che, d’accordo con l’ufficio diocesano per la pastorale della salute che ne verificherà i requisiti necessari, sapranno indirizzarli verso uno specifico cammino di preparazione e di formazione: affrontare il mondo della sofferenza non è così facile dapotersi  improvvisare; vi sono contenuti da apprendere e  modi di essere da rendere propri attraverso un processo progressivo di crescita e di abilità necessarie alla pratica di questo apostolato.
Possiate sentire vicino, carissimi sofferenti, l’affetto del Vescovo che, come fratello e padre, ogni giorno rivolge al Signore la sua umile preghiera per tutti voi e che, con cuore di padre, vi mostra la tenerezza di Dio, vi benedice e vi esorta, ancora una volta, ad offrire tutte le vostre sofferenze per il bene della nostra amata Chiesa particolare di Catanzaro-Squillace!

Catanzaro, 24 gennaio 2020 
San Francesco di Sales
✠ P. Vincenzo  Bertolone S.d.P.
ALLEGATO IN PDF                                                                                                                    Arcivescovo di Catanzaro Squillace       



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