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Mons. Marcianò: “Giorni di buio, paura, isolamento, ma anche di riscoperta della fraternità”

25/05/2020

«Io sono con voi»! Le ultime parole del Vangelo di Matteo (Mt 28,16-20) sono la certezza di cui abbiamo bisogno e rappresentano la piena rivelazione dell’identità di Gesù, dell’identità di Dio. Sì, tutto ciò che possiamo capire, dire, persino dibattere a livello teologico su Dio, tutto, alla fine, si riconduce al Suo essere «Dio con noi»! Come gli esegeti fanno notare, questa è la “carta d’identità” con cui Gesù è presentato pure all’inizio dello stesso Vangelo, quando l’angelo, riprendendo la profezia di Isaia, rivela in sogno a Giuseppe il nome del bambino generato nel grembo della Vergine Maria: «Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1, 23).

Sì, cari amici. Il nostro Dio è un «Dio con noi»! È un Dio con me, con te, con noi comunità cristiana, con noi società civile, con noi unica famiglia umana… È con noi. Ed è con noi «tutti i giorni», ovvero nel quotidiano esigente e concreto.

Quanti sono i giorni della vita degli uomini! Giorni della fatica e della gioia, del lavoro e del riposo, della salute e della malattia, della festa e del lutto. I giorni difficili di un mondo ancora avvolto nello sgomento della pandemia, per un virus capace di stravolgere stili vita, equilibri personali, familiari, socio-economici e politici, a livello nazionale e mondiale; giorni di buio, paura, isolamento, ma anche giorni di riscoperta fraternità, che a molti dei nostri anziani ricordano l’esperienza della guerra. «Dio è con noi» in questi giorni, come lo è nei giorni della guerra, quella guerra a pezzetti di cui parla Papa Francesco, nelle tante guerre che insanguinano ancora l’umanità.

In questa Celebrazione, si unisce alla nostra preghiera l’Associazione Nazionale del Fante che proprio oggi, nella data storica del 24 maggio, avrebbe dovuto celebrare a Bergamo il Raduno nazionale. Li salutiamo con affetto, ricordando il loro impegno associativo, il loro servizio alla memoria, e ricordando tanti giovani fanti caduti nella prima guerra mondiale, spesso costretti a combattere nelle prime file delle trincee. Vogliamo pregare per loro e per tutte le vite umane che, nell’orrore ingiusto di ogni guerra, sembrano valere meno della ragion di Stato o degli interessi di parte; e vogliamo pregare per i tanti morti del Coronavirus, in particolare nella zona di Bergamo e di tutta la Lombardia: la generazione di anziani cancellata, che ci ha lasciati poveri di memoria; le tante salme portate via dai nostri veicoli militari, icona di un dolore muto che grida ancora…

Lo gridiamo, dunque: «Dio è con noi»!

Era con noi nei giorni più terribili di questa pandemia, nascosto dietro i volti dei medici e degli operatori sanitari, degli uomini in divisa e dei volontari, dei sacerdoti e consacrati, dei tanti che, in diversi modi, hanno pensato agli altri prima che a se stessi. Era con noi anche nelle trincee della guerra, nascosto nei gesti di fraternità di uomini che diventavano segno della Sua presenza. Come non pensare a un giovane militare di fanteria, poi cappellano militare, nativo proprio del Bergamasco al quale, peraltro, è dedicato il Seminario dell’Ordinariato Militare da dove celebriamo oggi l’Eucaristia? Come tutti i Santi, il grande e amato Papa Giovanni XXIII insegna a voi, cari amici dell’Associazione Fanti, a voi militari – soprattutto all’Esercito Italiano di cui egli è Patrono -, a voi seminaristi, e a tutti noi a essere «testimoni» del «Dio con noi», come dice la prima Lettura (At 1,1-11), «fino ai confini della terra» e a raccogliere l’invito di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli».

È la missione che Cristo affida ai cristiani: «Andate» perché «Io sono con voi»! Gesù continua, continuerà a dirlo a noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo; lo fa in quello che, per i discepoli, è il discorso d’addio, il momento della separazione, perché non dubitiamo della Sua presenza quando ci sembra di non vederlo.

Una nube lo sottrasse ai loro occhi».

Il Mistero dell’Ascensione, in realtà, inaugura un nuovo modo di vedere; una visione interiore ma non per questo meno reale; potremmo dire, un “vedere nella speranza”. Dio «illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati», dice San Paolo nella seconda Lettura (Ef 1,17-23), esortandoci a “vedere la speranza”.

Ma la speranza non è forse in se stessa una virtù che vede? Vede ciò che non è ancora, forse ciò che non è più. Essa non è ottimismo spicciolo e neppure – attenti – previsione, sarebbe idolatrica. La speranza vede in quanto «intravede», vede attraverso la nube e dentro la nube. Sa scorgere, nelle cose, il bene, la pienezza, la bellezza a cui sono orientate. La speranza è ciò con cui le donne, al mattino di Pasqua, guardano dentro e oltre il Sepolcro vuoto; è ciò che ci fa vedere nel piccolo embrione un essere umano, nel buio della notte e della guerra la promessa della luce, nella pandemia i tanti germi di bene; e, nel cuore più duro, la possibilità della conversione.

«La speranza – scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica – risponde all’aspirazione alla felicità che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo». È la «gioia» con cui il Salmo 46 (47) ci invita a cantare l’Ascensione di Cristo, un tempo nuovo di speranza, che inizierà pienamente con il dono dello Spirito Santo. Il tempo dopo la Pasqua, dice infatti S. Agostino, «rappresenta la beatitudine che godremo»; e, pur se non la possediamo, fidandoci delle promesse di Dio, noi «ci rallegriamo nella speranza».

Ecco, questo è tempo di gioia perché è tempo di speranza nella promessa di Gesù. Speranza ordinaria, potremmo dire “feriale”: quella di «tutti i giorni», che possono essere duri e belli, noiosi e straordinari, nei quali, però, «Dio è con noi» e ci aiuta nel cammino.

Colpisce sempre l’esperienza spirituale di Ignazio di Loyola il quale, pellegrino a Gerusalemme, cercava di mettere i propri piedi nelle orme lasciate da Gesù sul luogo dell’Ascensione, per capire il cammino da intraprendere, la volontà di Dio sulla propria vita.

Siamo in un luogo ove si formano i futuri sacerdoti ed è bello lasciare che il dono della vocazione, tanto nel discernimento iniziale quanto nella fedeltà quotidiana, sia illuminato dall’Ascensione, Mistero che ci invita a guardare le orme di Gesù nella storia umana, nella terra, sapendo che Egli è con noi dal Cielo; allo stesso tempo, ci dice che qualunque direzione scegliamo, accogliamo, deve poter essere strada verso il Cielo.

«Quando lo videro, si prostrarono»

L’esperienza degli apostoli narrata nel Vangelo dice che la strada nella quale Gesù ci invia, la strada di ogni vocazione, di ogni missione nella Chiesa – da quella del Papa a quella del più giovane battezzato – inizia e porta all’Adorazione. L’Ascensione, in definitiva, è un profondo cammino di preghiera; e la preghiera tiene accesa la speranza, anche in tempo di fallimento o sconforto, guerra e pandemia, dolore e morte. Perché la speranza vede, sì, ma non vede tutto. E ciò che non vede lo desidera! «È fruttuoso per noi perseverare nel desiderio – è ancora Agostino – fino a quando giunga ciò che è stato promesso e così passi il gemito e gli subentri solo la lode». Papa Francesco, mercoledì scorso, ha detto che “la preghiera apre la porta della speranza”.

Cari amici, lode e adorazione, supplica e desiderio: volgendo lo sguardo al Cielo, vogliamo e possiamo pregare, perché Gesù lì ci ha preceduto e perché Egli, «Dio con noi», prega con noi, per noi; e prega in noi!

fonte: chiciseparera.chiesacattolica.it




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