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Suggerimenti e indicazioni pastorali in un volume di don Fabrizio Casazza: "Il meraviglioso mondo... del vescovo"

07/08/2020

Dei vescovi si interessano tutti. Dalle voci di corridoio quando si tratta di nomine per sedi episcopali vacanti alla curiosità per un nuovo piano pastorale diocesano, dal commento circa lo stile di vita di un prelato al desiderio che l’episcopato intervenga su una questione etica che sta a cuore. Non c’è bisogno di scandali per parlare di loro! Eppure, la figura del vescovo soffre di solitudine: si tace circa la sua formazione, le sue fatiche pastorali, la sua mole di lavoro. Si dà per scontato che una persona, nel momento stesso in cui riceve l’ordinazione episcopale, sia già automaticamente all’altezza del compito ricevuto. Essere vescovo richiede una serie di responsabilità, che forse ne basterebbe la metà per non dormire sonni tranquilli la notte.

La Libreria Editrice Vaticana ha da poco pubblicato l’interessante volume di Fabrizio Casazza, sacerdote alessandrino, che cerca di analizzare il ministero episcopale sotto l’aspetto del governo. Il libro, Le sfide del governo pastorale. In ascolto dei Vescovi italiani (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2020, pagine 342, euro 20) accende il faro sul vescovo non tanto dal punto di vista teologico — su questo esiste una ricca letteratura — quanto sul versante pastorale e umano. Da parroco e teologo morale, Casazza non trascura di andare sul concreto, delineando la complessità della vocazione episcopale all’interno della Chiesa. La prima parte della ricerca prende in esame la figura del vescovo diocesano. Le qualità che si richiedono per i candidati all’episcopato sono analizzate sul versante umano: una spiritualità astratta non aiuta, se non trova nella capacità di relazioni profonde il punto cardine del proprio ministero. Il vescovo, in sintesi, accanto al ministero liturgico, deve saper progettare i bisogni pastorali, amministrare le risorse economiche, innovare nella gestione delle risorse umane e nei processi organizzativi, sapersi muovere nel campo della comunicazione. C’è una montagna di responsabilità da scalare.

La parte teorica è seguita da un’analisi empirica attraverso un questionario inviato a tutti i vescovi italiani, in carica o emeriti. Le risposte ricevute sono diventate per l’autore motivo di riflessione e di proposta. I temi del questionario sono quelli affrontati nella prima parte del testo, ma l’abilità dell’autore si vede nell’evitare complicazioni agli intervistati. Conoscendo probabilmente la ritrosia in ambienti ecclesiastici a sottoporsi a indagini troppo complesse, Casazza ha giocato d’anticipo con un questionario molto semplice, diretto, che non richiede tempi lunghi per la compilazione. Questi fattori possono avere incoraggiato diversi presuli italiani a contribuire all’esito positivo della ricerca.

Chi pensa che il libro sia un manuale per il vescovo, rimane deluso. Chi invece intende avere una fotografia dei problemi che i vescovi italiani si trovano ad affrontare nel presente e tra qualche anno, ha a disposizione uno scatto ben riuscito. L’autore alterna alcune sue considerazioni con citazioni recenti di Papa Francesco, testi presi dai Padri della Chiesa, riferimenti ad alcuni maestri di spiritualità e richiami ai documenti del magistero. Una ricchezza di tutto rispetto. Se tutto ciò si condisce con un linguaggio accattivante e coinvolgente, il menù è servito: lo si legge tutto d’un fiato, può essere preso in mano anche da non addetti ai lavori, che si mostrano curiosi di entrare nel mondo ecclesiastico, per comprendere potenzialità e problemi dell’autorità.

Il tema della leadership è il caso serio dell’episcopato. Richiede la capacità di relazioni umane mature, ma anche un profondo senso del discernimento. Dalla scelta dei collaboratori alle quotidiane decisioni pastorali e amministrative un vescovo è sempre sul punto di prendere decisioni. Più che autorità serve autorevolezza. Rimane attuale l’obbligo di residenza per accompagnare la diocesi nelle sue stagioni e per custodire una relazione costante tra il pastore e il gregge. Non è tempo di “vescovi di aeroporto”, come suggerisce il Pontefice. Accanto alle necessarie virtù, ben messe in evidenza da Casazza, alcuni richiami risultano particolarmente efficaci: una spiritualità solida, la formazione teologica, la capacità di orientarsi nella dottrina sociale della Chiesa, lo spirito di servizio. Tra il padre padrone e il pastore solitario è più appropriato pensare a un padre che è al servizio della comunità diocesana.

Il volume è costellato di piccoli suggerimenti, di sagge indicazioni pastorali, di attenzioni da non dimenticare. Non si tratta di insegnare ai vescovi come si esercita il ministero, ma di condividere le trasformazioni relazionali che questa stagione ecclesiale presenta. Mi permetto di riprendere due riflessioni che nel libro trovano maggiore approfondimento, ma che mi sembrano illuminanti. La prima è di guardarsi dalla retorica sulla sinodalità. L’organizzazione ecclesiale va ripensata: i cambiamenti in atto in molte diocesi con le unità pastorali non possono essere frutto della diminuzione delle vocazioni. Siccome siamo con l’acqua alla gola e rimangono parrocchie scoperte, ecco la soluzione degli accorpamenti, unità o comunità pastorali, parroci in solido, eccetera. Ma non bastano. Molte sperimentazioni per fortuna stanno cercando di percorrere strade alternative. Le strategie organizzative risultano inefficaci se non incidono sulla formazione dei laici perché riscoprano la comunione e la corresponsabilità della missione evangelizzatrice. In sostanza, è più facile dire che vivere la sinodalità. È difficile incamminarsi in questa direzione se normalmente si consultano le persone a decisioni già prese, se l’ascolto è condizionato dal tentativo di concludere secondo il proprio pensiero, se il dialogo è parvenza senza reale condivisione. Tra il «decido tutto io e voi obbedite» al «fate voi per mantenermi le mani pulite» c’è la fatica della corresponsabilità condivisa. Alla sinodalità ci si allena giorno dopo giorno. Non si improvvisa, altrimenti finisce per diventare una parola vuota, senza contenuto.

La seconda riflessione riguarda le scelte pastorali e il discernimento sui collaboratori. «Il biglietto da visita di chi dirige — scrive Casazza — è costituito da coloro di cui si circonda». Parole sante. Per vivere una Chiesa vicina alla gente non basta un correttivo di facciata che mostri come presentabile la struttura ecclesiastica. Si pensi all’affidamento in solido di più parrocchie a più preti, con il rischio di sovraccaricare il moderatore del peso della burocrazia amministrativa e della manutenzione degli immobili. «Bisogna proprio studiare, docili alla luce dello Spirito, qualcosa di nuovo». Tra le possibili strategie operative, vi è anche la necessità di far crescere la consapevolezza dell’importanza della corresponsabilità tra clero e laicato. Facile a dirsi, più complicato è renderla operativa nel concreto. È il tempo di sperimentare strade nuove.

La lettura della ricerca che fa l’autore è utile a comprendere che essere pastori nella Chiesa non è impresa per supereroi solitari, ma è frutto di una paternità che accetta di fare i conti con i propri limiti e la propria vulnerabilità. Proprio per questo la leadership episcopale non coincide con il generale al comando delle proprie truppe. È piuttosto un atto d’amore che diviene cura, misericordia, umiltà nel discernere e nel servire il popolo di Dio che gli è affidato. Il suo “pensarsi con” e il suo “vivere al servizio” (leadership comunionale e inclusiva) sono prioritari rispetto al controllo di tutto ciò che si muove sul territorio diocesano. Le sfide del governo pastorale sono innanzi tutto questione di cuore e d’anima. Pagine di spiritualità da scrivere. Scelte pastorali da condividere. Questo è il meraviglioso mondo del vescovo diocesano. La vita della Chiesa non appare mai come un noioso dejà vu. Deo gratias!

Bruno Bignami

fonte: www.osservatoreromano.va




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