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Buoni samaritani o aiutanti per farla finita?

11/10/2020

L’enciclica Fratelli tutti (FT) dedica il suo secondo capitolo a “un estraneo sulla strada”. Evoca la parabola del buon Samaritano (Lc 10,25-37), nella quale sembrano convergere numerosi testi  dell’Antico e del Nuovo Testamento, che il testo di papa Francesco ripropone: «La sfida delle relazioni tra noi» (FT, n. 57). È un appello non solo biblico all’amore fraterno, in controtendenza rispetto al “naturale” istinto di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. In termini cristiani e sanfrancescani, il Papa ne ricava una diversa opzione di fondo: «Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano» (n, 67), cioè farsi carico di chi è ferito, soffre e non entra nelle cure sociali e politiche, le quali oggi fanno «di molti luoghi del mondo delle strade desolate, dove le dispute interne e internazionali e i saccheggi di opportunità lasciano tanti emarginati a terra sul bordo della strada» (FT, n. 71). Tra il lasciare la persona ferita e violentata a terra, passando e “non vedendo”, e la dedizione al servizio e alla prossimità col più debole, l’enciclica contrappone il farsi prossimo a tutti con un amore che non bada alle appartenenze ideali e religiose.
E se le appartenenze ideali comportassero visioni antitetiche del mondo, della vita, dell’etica? Qualche mese fa, esattamente il 14 Luglio 2020, la Congregazione per la dottrina della fede aveva promulgato la Lettera “Samaritanus bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita” (SM). In essa la metafora lucana del buon samaritano è utilizzata per assecondare la «capacità di accompagnamento della persona malata nelle fasi terminali della vita in modo da assisterla rispettando e promuovendo sempre la sua inalienabile dignità umana, la sua chiamata alla santità e, dunque, il valore supremo della sua stessa esistenza» (SM, Introduzione).
Come gestire le diverse soluzioni dipendenti da appartenenze ideali diverse, in cui a volte si trova la difesa dei diritti dei deboli “estremi”? Quali sono i soggetti che non ce la fanno più a rimanere al mondo e chiedono di aiutare a morire o a farla finita, in nome dell’autonomia e della dignità del soggetto, contro culture che invece fanno appello alla dignità oggettiva della vita? Saremmo sempre indifferenti di fronte a qualcuno assalito dai briganti che ci chiedesse un aiuto terribile, ovvero, essendo prostrato dalla malattia e dalla depressione, implorasse l’aiuto di essere accompagnato in una scelta suicidaria? Come rispondere di fronte a questo bivio morale, tenendo conto dei criteri suggeriti dal senso sociale dell’esistenza, dalla dimensione fraterna della spiritualità, dalla convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona (tutti criteri dell’enciclica)?
Tutti ricordiamo il duplice monito della Corte Costituzionale al Parlamento, che fu perciò chiamato a una rapida discussione, e soprattutto rammentiamo quella sentenza della Corte di Assise di Massa, che ha ampliato il diritto di accedere al suicidio assistito, con l’assoluzione di Mina Welby e Marco Cappato per l’aiuto dato in Svizzera al suicidio di Davide Trentini. Sono ormai iniziate in sede parlamentare le audizioni in vista dell’eventuale approvazione di una legge sul fine vita, il cui testo di iniziativa popolare fu depositato alla Camera dei deputati il 13 Settembre 2013. Si tratta di valutare nuovamente, alla luce della sensibilità del buon samaritano, il peso delle osservazioni del Giudice italiano delle Leggi, il quale temeva che continuare a ritenere il suicidio un atto intriso di disvalore potesse essere un’ideologia (in senso negativo) in quanto si esprime ancora nei termini di “sacralità” e “indisponibilità” della vita umana, mentre le nuove situazioni chiederebbero di riflettere ormai in nome della dignità della persona e della sua libertà. Del resto, si osserva da parte dei sostenitori della libera scelta dell’individuo, non è forse vero che già la Legge 219/2017 aveva sancito il diritto e la prevalenza dell’autodeterminazione del soggetto anche di fronte alle proposte mediche, che restano appunto un menu di possibilità, che non possono essere imposte, ma soltanto proposte al soggetto?
Di fronte a tali vie d’uscita, l’enciclica, pur essendo sociale, non entra nel merito di tali terribili questioni che gli esperti denominano di “bioetica della vita alla fine”, ma offre comunque l’indicazione di non cedere a qualsiasi forma di violenza, come si legge alla fine del capitolo settimo. Valore della vita, autonomia, capacità decisionale del soggetto, qualità della vita e soccorso al più debole, non sono sul medesimo piano morale, soprattutto se certe azioni dovessero configurarsi come violenze anziché prossimità. Rispetto al prestare le cure dovute ai malati terminali e accompagnarli con i palliativi disponibili a dare, come si dice, non la morte, bensì più vita agli ultimi giorni, teorizzare l’aiuto ai suicidi, o addirittura pensare ad atti soppressivi della vita altrui e propria (= eutanasia attiva), non bisogna assolutamente confondere le lingue. Pur nel rispetto delle decisioni del singolo, occorre dire chiaramente che non si tratterebbe di prossimità o di altruismo. Insomma, «la Chiesa nella missione di trasmettere ai fedeli la grazia del Redentore e la santa legge di Dio, già percepibile nei dettami della legge morale naturale, sente il dovere di intervenire in tale sede per escludere ancora una volta ogni ambiguità circa l’insegnamento del Magistero sull’eutanasia e il suicidio assistito, anche in quei contesti dove le leggi nazionali hanno legittimato tali pratiche» (SM, V,1). Detto altrimenti, pur nel comune senso di vicinanza a chi, abbattuto nell’autopercezione domanda aiuto, «non esiste il diritto al suicidio né quello all’eutanasia: il diritto esiste per tutelare la vita e la co-esistenza tra gli uomini, non per causare la morte. Non è pertanto mai lecito per nessuno collaborare con simili azioni o lasciar intendere che si possa essere complici con parole, opere od omissioni. L’unico vero diritto è quello del malato di essere accompagnato e curato con umanità ed amore. Solo così si custodisce la sua dignità fino al sopraggiungere della morte naturale» (SB V,9).

                                             + p. Vincenzo Bertolone,  Arcivescovo di Catanzaro Squillace




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