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"Le fortune perdute". La riflessione dell'Arcivescovo Mons. Bertolone

24/10/2020

«Gli uomini non sanno apprezzare e misurare che la fortuna degli altri. La propria, mai».
Chissà se le parole di Indro Montanelli ispireranno qualche riflessione nell’Italia che inesorabilmente, almeno secondo le leggi della matematica, sembra destinata ad una nuova stagione di sacrifici e privazioni per il riaccendersi della pandemia. Di tante opportunità che verranno probabilmente a mancare, il rimpianto più grande sarà per i giovani: quelli che si vedranno portar via pezzi di presente e spazi di futuro nelle relazioni e nel lavoro, per i giovanissimi, anche nella scuola. Molte Regioni hanno già deciso, e c’è da presumere che anche altre facciano a breve altrettanto che negli istituti superiori, per ora solo in essi, non ci saranno più lezioni in presenza. Si torna alla didattica a distanza, come nei giorni più bui dell’emergenza sanitaria. Si riaccendono dunque i computer, ed è un sollievo che ci siano (quando ci sono….). Ma al fondo non si può certo gioire per la traumatica interruzione del rapporto diretto, essenziale, tra gli studenti, i docenti ed il luogo in cui l’insegnamento avviene. Del resto, è dato ormai assodato: in un mondo in cui si contano all’incirca 250 milioni di ragazzi che, per una ragione o per l’altra a scuola proprio non possono andare, la Covid-19 non ha fatto altro che esacerbare il divario sociale tra chi alla Dad può far ricorso e chi, invece, per farlo non ha gli strumenti adeguati.

A guardar bene, è questa una ferita che reclama attenzione al pari di tanti grandi problemi che tormentano l’umanità. La didattica a distanza ha molti pregi, ma anche grandi limiti: la relazione con alcuni alunni diviene labile, disagi familiari preesistenti si traducono in isolamento e distacco. Così a volte i giovani si ritrovano senza un luogo protetto in cui crescere per poter fare la differenza, dimenticando che rimettere in piedi un ragazzo quando cade a terra, fornirgli il nutrimento alimentare e gli strumenti linguistici necessari a esprimersi, significa dare acqua alla pianta dell’umanità, far battere il cuore del mondo, assumersi il peso del futuro. 

Trasmettere competenze alle nuove generazioni, senza curarsi di considerare la centralità della persona in questo fondamentale passaggio, significherebbe garantire, soltanto e semplicemente, il pur importante bagaglio di abilità, doti, perizia, nozioni. 

Appare evidente che serva altro. E quel di più che occorre coincide col bisogno di imprimere una svolta ai modelli di sviluppi imperanti, per ricercare – come osserva papa Francesco, «altri modi per intendere l’economia, la politica, il progresso». La sorgente cui attingere diventa proprio quella indicata dal Santo Padre nell’enciclica Fratelli tutti: «Nell’educazione abita il seme della speranza». Una fortuna da coltivare a scuola, per superare la mentalità dello scarto e dare voce ai più giovani e ai meno favoriti dalla sorte.  

+ Vincenzo Bertolone

 

«Gli uomini non sanno apprezzare e misurare che la fortuna degli altri. La propria, mai».
Chissà se le parole di Indro Montanelli ispireranno qualche riflessione nell’Italia che inesorabilmente, almeno secondo le leggi della matematica, sembra destinata ad una nuova stagione di sacrifici e privazioni per il riaccendersi della pandemia. Di tante opportunità che verranno probabilmente a mancare, il rimpianto più grande sarà per i giovani: quelli che si vedranno portar via pezzi di presente e spazi di futuro nelle relazioni e nel lavoro, per i giovanissimi, anche nella scuola. Molte Regioni hanno già deciso, e c’è da presumere che anche altre facciano a breve altrettanto che negli istituti superiori, per ora solo in essi, non ci saranno più lezioni in presenza. Si torna alla didattica a distanza, come nei giorni più bui dell’emergenza sanitaria. Si riaccendono dunque i computer, ed è un sollievo che ci siano (quando ci sono….). Ma al fondo non si può certo gioire per la traumatica interruzione del rapporto diretto, essenziale, tra gli studenti, i docenti ed il luogo in cui l’insegnamento avviene. Del resto, è dato ormai assodato: in un mondo in cui si contano all’incirca 250 milioni di ragazzi che, per una ragione o per l’altra a scuola proprio non possono andare, la Covid-19 non ha fatto altro che esacerbare il divario sociale tra chi alla Dad può far ricorso e chi, invece, per farlo non ha gli strumenti adeguati.

A guardar bene, è questa una ferita che reclama attenzione al pari di tanti grandi problemi che tormentano l’umanità. La didattica a distanza ha molti pregi, ma anche grandi limiti: la relazione con alcuni alunni diviene labile, disagi familiari preesistenti si traducono in isolamento e distacco. Così a volte i giovani si ritrovano senza un luogo protetto in cui crescere per poter fare la differenza, dimenticando che rimettere in piedi un ragazzo quando cade a terra, fornirgli il nutrimento alimentare e gli strumenti linguistici necessari a esprimersi, significa dare acqua alla pianta dell’umanità, far battere il cuore del mondo, assumersi il peso del futuro. 

Trasmettere competenze alle nuove generazioni, senza curarsi di considerare la centralità della persona in questo fondamentale passaggio, significherebbe garantire, soltanto e semplicemente, il pur importante bagaglio di abilità, doti, perizia, nozioni. 

Appare evidente che serva altro. E quel di più che occorre coincide col bisogno di imprimere una svolta ai modelli di sviluppi imperanti, per ricercare – come osserva papa Francesco, «altri modi per intendere l’economia, la politica, il progresso». La sorgente cui attingere diventa proprio quella indicata dal Santo Padre nell’enciclica Fratelli tutti: «Nell’educazione abita il seme della speranza». Una fortuna da coltivare a scuola, per superare la mentalità dello scarto e dare voce ai più giovani e ai meno favoriti dalla sorte.  

+ Vincenzo Bertolone
Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace
Presidente della CEC



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