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Il Papa: la speranza dopo la morte, àncora che dà un senso alla vita

02/11/2020

Nei momenti di gioia e in quelli brutti, nella prova, quando anche la morte si avvicina, “ripetiamo come Giobbe: io so che il mio Redentore è vivo, e lo vedrò con i miei occhi”. Questa è la speranza cristiana, un dono che solo il Signore può darci, se glielo chiediamo. Oggi, “nel pensiero di tanti fratelli e sorelle che se ne sono andati, ci farà bene guardare e guardare su”, ripetendo le parole di Giobbe. E’ il cuore dell’omelia di Papa Francesco, pronunciata a braccio nel corso della Messa per i fedeli defunti, celebrata oggi pomeriggio nella chiesa del Pontificio collegio teutonico di Santa Maria in Camposanto, prima di pregare davanti alle tombe del cimitero vaticano e poi nelle Grotte vaticane, davanti alle tombe dei Pontefici defunti.

Il Papa: preghiamo per i defunti, in particolare per le vittime del Covid
 “So che il mio Redentore è vivo e lo vedrò con i miei occhi” 
Il Papa commenta il brano della Prima Lettura della liturgia di oggi, tratto dal Libro del profeta Giobbe, che “sconfitto, anzi, finito nella sua esistenza, dalla malattia, con la pelle strappata via quasi, al punto di morire”, ha comunque una certezza e la dice: “Io so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere”. Giobbe, spiega Francesco, “è più giù, giù, giù”, ma in quel momento “c’è quell’abbraccio di luce e calore che lo rassicura: “Vedrò il Redentore con questi occhi”, “i miei occhi lo contempleranno, e non un altro”.

Certezza che è la speranza cristiana, dono da chiedere a Dio
Questa certezza, quasi nel momento della fine della vita, sottolinea il Pontefice, “è la speranza cristiana”. Una speranza che è un dono: “Noi non possiamo averla”, ma dobbiamo chiederla: “Signore, dammi la speranza”. Ci sono tante cose brutte, prosegue Papa Francesco,”che ci portano a disperare, a credere che tutto sarà una sconfitta finale, che dopo la morte non ci sia nulla”. Ma la voce di Giobbe ritorna.

La speranza non delude, ci ha detto Paolo. La speranza ci attira e ci dà un senso alla vita. Io non vedo l’Aldilà. Ma la speranza è il dono di Dio che ci attira verso la vita, verso la gioia eterna. La speranza è un’ancora che noi abbiamo dall’altra parte: noi, aggrappati alla corda, ci sosteniamo. Io so che il mio Redentore è vivo e io lo vedrò. E questo, ripeterlo nei momenti di gioia e nei momenti brutti, nei momenti di morte – diciamo così.

Vivere aggrappati alla corda, sapendo che l’àncora è Gesù

La speranza, aggiunge Francesco, “è un dono gratuito che noi non meritiamo mai: è dato, è donato. E’ grazia”. E nel brano del Vangelo di Giovanni, Gesù conferma “questa speranza che non delude: ‘Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me’. Questo è il fine della speranza: andare da Gesù”. “E colui che viene a me, io non lo caccerò fuori”. Il Signore, conclude il Pontefice, è Lui “che ci riceve là, dove c’è l’ancora. La vita in speranza è vivere così: aggrappati, con la corda in mano, forte, sapendo che l’ancora è laggiù”. E non delude.

Oggi, nel pensiero di tanti fratelli e sorelle che se ne sono andati, ci farà bene guardare i cimiteri e guardare su e ripetere, come Giobbe: “Io so che il mio Redentore vive e io lo vedrò, io stesso; i miei occhi lo contempleranno, e non un altro”. E questa è la forza che ci dà la speranza, questo dono gratuito che è la virtù della speranza. Che il Signore ce la dia a tutti noi.

Il rettore Fischer: i nostri santi ci dicono che si vive ancora
Nel suo saluto, all’inizio della celebrazione, il rettore del collegio teutonico, monsignor Hans-Peter Fischer, sottolinea che i partecipanti alla celebrazione nella piccola chiesa sono “in comunione con tutti coloro che ci hanno preceduto e che qui dormono il sonno della pace, i nostri santi vicini della porta accanto che ci ricordano ogni giorno che ‘bevuto’ il tempo della vita, si vive ancora”. Al Papa il rettore ricorda che nel collegio, i sacerdoti ospiti, studiosi dell'archeologia cristiana e di storia della Chiesa, vengono “da culture e popoli diversi”.

Accogliamo il dono della sua tenerezza di padre e amico
Noi tutti, spiega, “parliamo lingue diverse”, le differenze sono molte, ma nulla “ci ha impedito che potessimo incontrarci ed essere felici di stare insieme”, perché “sappiamo che Qualcuno ci fa fratelli e sorelle”. Nell’esprimere la gioia e la gratitudine per la presenza del Pontefice, “pellegrino tra i pellegrini”, monsignor Fisher esprime la volontà di tutti i presenti di “entrare in sintonia con il suo cuore e il suo insegnamento, accogliendo il grande dono della sua tenerezza di padre e amico”.

Preghiera per una conversione dopo la pandemia
Nelle preghiere dei fedeli, l’assemblea si rivolge al Signore per il Papa, perché “il Suo istinto, lo Spirito Santo” e l’amore del popolo cristiano, “continuino a sostenerlo e guidarlo” nella “sua opera di purificazione della Chiesa”. Per i migranti, “perché con le loro vite lacerate, in fuga da guerre, catastrofi naturali e persecuzioni siano accolti, protetti, promossi ed integrati perché da tutti si può imparare qualcosa e nessuno è inutile”. E poi per tutti noi, “perché il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti” portati dalla pandemia, ci portino “a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza”.

Invocazione per i defunti senza volto, voce, nome
Infine per il popolo di Dio, perché “sperimenti una Chiesa più umana e vicina, comunità di stile familiare che abita le fatiche delle persone e delle famiglie, perché sia una presenza che sappia unire insieme l’amore alla verità all’amore ad ogni uomo”, e per tutti i defunti, “per i morti senza volto, senza voce e senza nome, perché Dio Padre li accolga nell’eterna pace, dove non ci sono più né ansia né dolore”. 

La preghiera sulle tombe del camposanto teutonico
Conclusa la celebrazione, Papa Francesco, accompagnato dal rettore Fischer, si è raccolto in preghiera davanti ad una tomba del piccolo camposanto teutonico, che ha visitato interamente, attraversando i viali e sostando brevemente davanti ad alcune lapidi.

Vicino a Santa Marta, una chiesa fondata nell’ VIII secolo
La chiesa di Santa Maria della Pietà in Camposanto dei Teutonici, che si trova a poche decine di metri da Casa Santa Marta, dove Papa Francesco risiede, fu fondata, con l'annesso Collegio e Camposanto, nell'VIII secolo nel luogo in cui si trovava un ospizio, dove a tutti i poveri che vi accorrevano si distribuivano cibo e vestiti. In occasione dell'' Anno Santo del 1450 arrivarono a Roma molti pellegrini, e si decise di ristrutturare chiesa e cimitero. Nel 1454 i membri di origine germanica della Curia romana si unirono in una confraternita dei poveri morti. Sul finire del XV secolo, venne realizzata la chiesa attuale ad aula unica, stile molto diffuso in Germania.

Il collegio per sacerdoti studiosi dell’archeologia cristiana
Nel 1597 la Confraternita tedesca divenne “Arciconfraternita di Nostra Signora nel Campo santo tedesco presso San Pietro”, che assunse la titolarità della Chiesa. Nel 1876 al complesso fu aggiunto un collegio per sacerdoti studiosi dell'archeologia cristiana e di storia della Chiesa e discipline annesse, e nel 1910, in seguito ad un violento temporale che ha causato ingenti danni alla chiesa, l'edificio è stato restaurato.

Alessandro Di Bussolo 

fonte: www.vaticannews.va




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