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Teodicea nella pandemia?

15/11/2020

In questi giorni angosciosi della “seconda ondata” il morbo pandemico,  ha fatto almanaccare tanti per fornire una spiegazione scientifica al salto di specie di un virus a RNA che non avrebbe mai dovuto attecchire nell’essere umano. E mentre come grani di rosario si susseguono le varie spiegazioni, negli esseri “comuni” tra le diverse fonti di angoscia se n’é insinuata un’altra che è la più tremenda: il silenzio di Dio, su cui mi sono soffermato la settimana scorsa; un silenzio che invita a fermarci ad ascoltare la voce del silenzio/ quella voce dentro di te, del “maestro interiore”.... che richiama... il silenzio della notte dei tempi ("Quando il tuo silenzio avvolgeva ogni cosa", canta Turoldo), il silenzio di Gesù che scrive per terra e non condanna, ma ammonisce: va' e non peccare più; il silenzio della sua morte, il silenzio di Gesù che piange, il silenzio di Maria che conserva in cuore, il silenzio del regno che cresce come seme che marcisce in terra, il silenzio della risurrezione, di quel momento in cui la vita rinasce ed esplode per un atto d'amore. Certo, anche il credente non ha tutte le risposte, ma le cerca nel silenzio, appunto, alla luce di Cristo, aprendosi al mistero di Dio, anche in questo tempo in cui l’Altissimo sembra essersi nascosto.
Nella visione armonica del mondo che, fino a un anno fa, dominava nel ricco Occidente, ogni cosa dovrebbe avere il proprio “destino” e stare al suo posto in una specie di marchingegno pressoché perfetto, in cui si era aggiunto il potere della tecnologia di precisione e delle scienze biomediche. Solo che, per quanto studiamo gli algoritmi e usiamo i numeri per contare le fasi e i dpcm (che in alcuni casi, a motivo del loro susseguirsi repentino di settimana in settimana, generano gli stessi esiti deprecabili delle gride dei Promessi sposi), non riusciamo a venirne a capo.
La gerarchia dei regni e la pretesa di armonie cosmiche recalcitrano e continuano ad essere smentite. E in molti ci si domanda se forse soltanto un Dio ci potrà salvare. Solo che in questo morire isolati e da soli, con ipotesi di alberghi-lazzaretto per gli “appestati” da Covid-19, e perfino con la divaricazione tra coloro che sono ancora “produttivi” per l’economia e la finanza e il vero esercito di “improduttivi” (in una società vecchia e con  lo iato generazionale, gli anziani sono tanti), in tutto questo, può sorgere qualche dubbio perfino su Dio: perché non interviene Lui, pur invocato? Forse è lui, se non il responsabile, colui che sta volendo tutto questo per una qualche forma di avviso anticipato del castigo che incombe su chi non rispetta la sua volontà sul mondo, sul cosmo e sulle cose?
A ben vedere, non sono domande del tutto assurde, anzi furono già poste in un altro momento di svolta culturale e sociale, quale fu il Settecento, prima con la peste di Londra (1722), poi con il terribile terremoto di Lisbona (1755). Allora le domande furono analoghe e così profonde che si dovette interrogare il pensiero raffinato dei filosofi. Era stato un mese di Novembre terribile, quell’anno 1755: il primo del mese, giorno di Ognissanti, alle 9.40 del mattino a Lisbona le chiese erano affollate per le tradizionali celebrazioni liturgiche, quando ben tre scosse sismiche (nono grado della scala Richter) si susseguirono per diciassette lunghi minuti: crollarono i palazzi più grandi e le chiese, cominciò una fuga disordinata di persone verso la costa e la foce del fiume Tago, che di lì a poco sarebbe stato interessato dallo tsunami generatosi a 200 km. Alla fine, la conta dei morti fu di almeno sessantamila vittime, oltre centomila feriti sui duecentomila abitanti della città. Fu un trauma collettivo. 
Qualcuno dice che l’Illuminismo  sia nato con quel terremoto. Leibniz, all’inizio del Settecento, aveva pubblicato dei saggi sulla bontà di Dio, la libertà dell'uomo e l'origine del male (Amsterdam 1710), sostenendo una "dottrina della giustizia di Dio" (= alla lettera, teodicea, ovvero Dio, teo, è giustizia, dike). Vi sosteneva che il Creatore, come un grande artefice e orologiaio di un marchingegno di precisione, non va ritenuto mai colpevole del male che si renda presente nel creato. Introducendo nel sogno di uno dei personaggi dei Saggi di teodicea, un certo Teodoro, la divinità greca Pallade Atena, figlia di Giove, il filosofo parlava di un palazzo dei destini incrociati, che mostra come Dio resti sempre giusto rispetto alle infinite possibilità assegnate al mondo e, in esso, alla libertà umana e che, di conseguenza, quello che vediamo resta il migliore dei mondi possibili: «"Ecco il palazzo dei destini, dei quali io ho la custodia. Qui ci sono le rappresentazioni non solo di quanto accade, ma anche di tutto ciò che è possibile: Giove, avendole passate in rivista all'inizio del mondo esistente, ha trasformato le possibilità in mondi, scegliendo il migliore di tutti. [...] Questi mondi son tutti qui, cioè nelle idee. Io vi mostrerò dove si troverà, non già lo stesso Sesto che tu conosci [...], ma alcuni Sesto simili [...]. Tu troverai perciò in un mondo un Sesto molto virtuoso ed elevato, in un altro un Sesto contento di uno stato mediocre, insomma Sesto di ogni specie e di ogni infinità di mondi". Detto ciò, la Dea condusse Teodoro in un appartamento: appena vi entrarono, non era un appartamento, ma era un mondo. [...] Gli appartamenti costituivano una piramide; a misura che si procedeva verso la cima, erano sempre più belli, e rappresentavano mondi sempre più perfetti. [...]. Ciò era perché (come spiegò la Dea) in una infinità di mondi possibili, c'è sempre il migliore di tutti, altrimenti Dio non sarebbe affatto determinato a crearne alcuno».
Mentre Gottfried W. Leibniz ragionava calcolando e argomentando di fino, dopo il terremoto di Lisbona, Voltaire scriveva addirittura un Poema per mostrare, invece, quanto non sia vero che tutto va bene e, di conseguenza, andrà tutto bene. A leggere Voltaire, sembra quasi di assistere alla premessa di ciò che nel Novecento Dietrich Bonhoeffer denominerà il Dio tappabuchi, con la correlata proposta di evitare di fare della facile apologetica a favore del divino in presenza del cattivo funzionamento delle cose: «Poveri umani e povera terra nostra, terribile coacervo di disastri. Consolatori ognor di inutili dolori, filosofi che osate gridare che tutto è bene, venite a contemplare queste rovine orrende: muri a pezzi, carni a brandelli e ceneri. Donne ed infanti ammucchiati uno sull’altra, sotto pezzi di pietre, membra sparse, centomila feriti che la terra divora, straziati e insanguinati, ma ancora palpitanti, sepolti dai loro tetti, perdono senza soccorsi, tra atroci tormenti, le loro misere vite. Ai lamenti smorzati di voci moribonde, alla vista pietosa di ceneri fumanti, direte: è questo l’effetto delle leggi eterne che a un Dio libero e buono non lasciano la scelta? Direte, vedendo questi mucchi di vittime: fu questo il prezzo che Dio fece pagar pei loro peccati? Quali peccati? Qual colpa han commesso questi infanti schiacciati, insanguinati sul materno seno, la Lisbona che fu conobbe maggior vizi di Parigi e di Londra immerse nei piaceri?» [Voltaire, Poema sul disastro di Lisbona, 18 agosto 1756]. È facile intuire che l’autore desse per scontata l’assenza di Dio.
Ciò che oggi caratterizza l’orientamento ideologico è l’incontro tra le sconfinate promesse di progresso e l’estensione incontrollabile dei diritti soggettivi. È lecito chiedersi se ciò coincida con quel che ha intuito Freud, nella sua Introduzione alla psicoanalisi, ove scrive che le grandi conquiste dell’umanità (teoria eliocentrica, evoluzionismo e la sua stessa teoria dell’inconscio) rischiano di diventare altrettante umiliazioni per l’umanità. Perché non dovrebbe essere così anche per l’oggi? È una domanda che riguarda tutti, ma in particolare chi crede. Chi crede dovrà continuare a confrontarsi con mille e mille parole vuote, o prendere altre strade? In ogni caso, egli saprà sempre che "le parole che dicono la Verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre".
   
+ P. Vincenzo  Bertolone S.d.P.
         Arcivescovo di Catanzaro Squillace 



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