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Usa, i vescovi: si può fare giustizia senza la pena di morte

12/01/2021

Il rispetto della dignità e della sacralità della vita umana rende la pena di morte inammissibile e inutile per fare giustizia. Rinnoviamo il nostro appello al presidente Trump a fermare le esecuzioni a livello federale: è arrivato il tempo di farne una priorità e i mezzi ci sono, grazie al Federal Death Penalty Prohibition Act. Così, in sintesi, nella lettera indirizzata ai membri del Congresso, gli arcivescovi di Oklahoma City e Kansas City,  monsignor Paul S. Coakley e monsignor Joseph F. Naumann responsabili, tra i presuli della Conferenza episcopale statunitense, rispettivamente del Comitato per la Giustizia interna e lo Sviluppo umano e per le attività Pro-life. Nell’anno trascorso - scrivono - il governo federale ha giustiziato più persone di tutti i cinquanta Stati messi insieme, e a gennaio se ne attendono altre tre, dunque al neoeletto Biden che si insedierà il prossimo 20 gennaio, si chiede una moratoria sulle esecuzioni federali e di commutare le attuali condanne in pene detentive. Troppe le persone condannate ingiustamente, e la cosa più grave - sottolineano-  è che tra le persone giustiziate ve ne siano 170 dichiarate poi innocenti. Quindi l'invito a dedicare energie e risorse all’assistenza dei familiari delle vittime che subiscono perdite terribili. “Con le carceri moderne, non abbiamo bisogno della pena di morte per tenerci al sicuro”, ribadiscono i presuli. “Possiamo ottenere giustizia senza di essa e rafforzare il rispetto della dignità e sacralità di ogni vita umana che è tanto necessario oggi”. Questo è il tempo, concludono, di attuare quanto i pontefici a più voci, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco, hanno sempre chiesto: un'abolizione globale della pena di morte.

L'appello dei vescovi statunitensi arriva nel giorno di quella che sarebbe dovuta essere l'undicesima pena capitale federale eseguita dallo scorso luglio. Siamo nel penitenziario di Terre Haute in Indiana e l’esecuzione della pena di morte è per Lisa Montgomery, 53 anni, condannata per aver ucciso 16 anni fa una donna incinta all’ottavo mese sottraendole la bambina che portava in grembo. Lisa Montgomery soffre da sempre di disturbi mentali dovuti a una vita di sfruttamento e di abusi sessuali subiti. I suoi avvocati hanno inviato una petizione alla Corte federale dell’Indiana per fermare l’esecuzione, sostenendo che i diritti costituzionali della donna sarebbero stati violati a causa della sua condizione mentale. Oggi la notizia della sospensione della pena capitale arriva quando tutto sembrava deciso: il giudice Patrick Hanlon l'ha concessa citando la necessità di valutare le capacità mentali della signora Montgomery. Gli avvocati digensori hanno affermato che l'abuso sessuale subito durante l'infanzia dalla Montgomery abbia portato a "danni cerebrali e gravi malattie mentali". 

Rinviata per ora la prima esecuzione di una donna dal 1953
Una vicenda accompagnata a lungo da una grande mobilitazione .“Rivolgiamo un appello al presidente Trump affinché le conceda la grazia e trasformi la sentenza capitale in ergastolo”, avevano scritto nei giorni scorsi i legali della donna. Oltre mille le persone, gli attivisti e le associazioni che hanno sottoscritto un appello simile a Trump, sostenuti in questo anche da realtà come la Comunità di Sant’Egidio. Montgomery al momento è l’unica donna ad essere nel braccio della morte negli Stati Uniti e, sarebbe la prima donna ad essere uccisa dalla giustizia americana dagli anni cinquanta. Dopo quella di Lisa Montgomery, previste il 14 e il 15 gennaio, come hanno sottolineato i vescovi, altre due esecuzione, quelle di Corey Johnson e Dustin Higgs.

Dieci le condanne federali da luglio
Per la prima volta in 130 anni, le esecuzioni capitali, ripristinate a livello federale dallo stesso Trump dopo 17 anni, non vengono sospese nel periodo di transizione presidenziale. Dieci le condanne eseguite da luglio, superiori a quelle dei singoli Stati che con sette esecuzioni hanno raggiunto il numero più basso da 37 anni. Molti in questi mesi sono stati anche gli appelli dei vescovi statunitensi per fermarle. “La pena di morte non è necessaria per proteggere la società”, avevano scritto monsignor Paul S. Coakley, presidente del Comitato per la giustizia interna e lo sviluppo umano della Conferenza episcopale degli Stati Unti e monsignor Joseph F. Naumann, presidente del Comitato pro-vita. “La decisione di non giustiziare qualcuno, anche se ha fatto qualcosa di terribile”, hanno sottolineato, “non è una decisione ‘morbida’ sul crimine, ma è forte sulla dignità della vita”.

Per la Chiesa la pena di morte è inammissibile
Il Catechismo della Chiesa cattolica, recentemente riformato proprio su questo punto, ribadisce infatti che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, che “non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi”. La stessa Chiesa, poi, “si impegna con determinazione” per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Anche l’ultima enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti, ribadisce questo concetto, sottolineando “che è impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone”.

Verso l'abolizione mondiale
Una via che il mondo lentamente sta intraprendendo. Non solo negli Stati Uniti dove, dopo il New Hampshire nel 2019, il Colorado è stato il 22.esimo Stato americano ad abolire la pena capitale, mentre Louisiana e Utah si aggiungono agli altri Stati che da dieci anni non eseguono la condanna a morte. Il 2 gennaio il Kazakhstan è stato il primo Paese nel 2021 ad abolire la pena di morte, alla quale si ricorre sempre meno nel mondo. “Non è più in discussione ‘se’ la pena di morte sarà abolita, ma solo ‘quando’, conclude Marazziti, “perché dal 1975, quando erano solo sedici gli Stati senza pena capitale nel mondo, oggi sono in 142 che l’hanno abolita o per legge o attraverso moratorie decennali che poi diventano abolizioni, come nel caso del Kazakhstan”.
Michele Raviart

fonte: www.vaticannews.va




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