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Il Papa: Dio aspetta l'uomo con una pazienza che non fa calcoli

02/02/2021

E’ nella festa della Presentazione del Signore che ricorre la Giornata della vita consacrata. Il brano del Vangelo di san Luca proposto dalla liturgia, descrive le reazioni dell’anziano Simeone, uomo giusto, e della profetessa Anna, di fronte al bambino Gesù portato al Tempio da Maria e Giuseppe. Alla Messa presieduta nella Basilica vaticana, davanti a una rappresentanza di religiose e religiosi, il Papa sceglie di mettere al centro della sua riflessione il comportamento di Simeone ponendo in rilievo la sua pazienza. Una pazienza che ha molto da dire anche alla vita delle consacrate e dei consacrati di oggi. La celebrazione ha inizio con l'ingresso in processione di Francesco che, come tutti i presenti, tiene in mano un cero acceso. La Basilica è al buio, solo dopo la benedizione delle candele, simbolo della luce che è Cristo, e l'aspersione dei fedeli con l'acqua benedetta, il Papa raggiunge l'altare della Cattedra e poco prima di dare inizio alla liturgia della Parola, la luce torna a illuminare ogni spazio.

La pazienza di Simeone
Per tutta la vita Simeone era rimasto in attesa della 'consolazione d'Israele', riferisce l'evangelista Luca, e quando vede quel bambino riconosce 'la luce venuta a illuminare le genti'. Simeone, afferma il Papa dando inizio all'omelia, aveva imparato “che Dio non viene in eventi straordinari”, ma è presente “nell’apparente monotonia delle nostre giornate”, nelle piccole cose che cerchiamo di fare. E prosegue:

Camminando con pazienza, Simeone non si è lasciato logorare dallo scorrere del tempo. È un uomo ormai carico di anni, eppure la fiamma del suo cuore è ancora accesa; nella sua lunga vita sarà stato a volte ferito e deluso, eppure non ha perso la speranza; con pazienza, egli custodisce la promessa, senza lasciarsi consumare dall’amarezza per il tempo passato o da quella rassegnata malinconia che emerge quando si giunge al crepuscolo della vita.

La pazienza di Dio che ci attende sempre
Simeone ha saputo rimanere vigile fino al giorno in cui ha visto la salvezza. Ha saputo sperare nell’attesa paziente. La pazienza, osserva il Papa, Simeone l’ha ricevuta dalla preghiera e l’ha imparata dall’esperienza del suo popolo che nel Signore ha sempre riconosciuto un “Dio misericordioso e pietoso”, che non si stanca di fronte all’infedeltà, ma attende sempre la nostra conversione. “La pazienza di Simeone, dunque, è specchio della pazienza di Dio”, il Padre che, dice ancora Francesco, da noi “non esige la perfezione ma lo slancio del cuore”, che cerca di parlarci anche quando noi siamo chiusi all’ascolto.

Questo è il motivo della nostra speranza: Dio ci attende senza stancarsi mai. Dio ci attende senza stancarsi mai. E questo è il motivo della nostra speranza. Quando ci allontaniamo ci viene a cercare, quando cadiamo a terra ci rialza, quando ritorniamo a Lui dopo esserci perduti ci aspetta a braccia aperte. Il suo amore non si misura sulla bilancia dei nostri calcoli umani, ma ci infonde sempre il coraggio di ricominciare. Ci insegna la resilienza, il coraggio di ricominciare. Sempre, tutti i giorni. Dopo le cadute, sempre, ricominciare. Lui è paziente.

“Mi piace ricordare Romano Guardini, che diceva: la pazienza è un modo con cui Dio risponde alla nostra debolezza, per donarci il tempo di cambiare (dall'omelia di Papa Francesco)”

La nostra pazienza
Guardando a Dio e a Simeone possiamo capire che cos’è la pazienza. Papa Francesco spiega che non è semplice tolleranza o sopportazione delle difficoltà.

La pazienza non è segno di debolezza: è la fortezza d’animo che ci rende capaci di “portare il peso”, di sopportare: sopportare il peso dei problemi personali e comunitari, ci fa accogliere la diversità dell’altro, ci fa perseverare nel bene anche quando tutto sembra inutile, ci fa restare in cammino anche quando il tedio e l’accidia ci assalgono. 

Attendere con fiducia andando oltre le delusioni
Ma dove vivere la pazienza? Facendo riferimento in particolare alle consacrate e ai consacrati, il Papa indica tre “luoghi”: il primo, dice, “ è la nostra vita personale”. Dopo aver risposto con entusiasmo alla chiamata di Dio, lungo il cammino si incontrano anche delusioni e frustrazioni.

A volte, all’entusiasmo del nostro lavoro non corrisponde il risultato sperato, la nostra semina sembra non produrre i frutti adeguati, il fervore della preghiera si affievolisce e non siamo più immunizzati contro l’aridità spirituale. Può capitare, nella nostra vita di consacrati, che la speranza si logori a causa delle aspettative deluse. Dobbiamo avere pazienza con noi stessi e attendere fiduciosi i tempi e i modi di Dio: Egli è fedele alle sue promesse. Questa è la pietra basale: Egli è fedele alle sue promesse. 

Il Papa parla della tristezza interiore che a volte assale la vita dei consacrati e dice che essa " è un verme, un verme che ci mangia da dentro". Qualcosa da cui fuggire.

Nella vita comunitaria saper sopportare
Il secondo luogo in cui vivere la pazienza è la vita comunitaria, non sempre pacifica, non sempre priva di conflitti. Occorre allora “cercare di non perdere la pace” e attendere il momento giusto “per chiarirsi nella carità e nella verità”. Francesco cita a braccio un passo del breviario a proposito del discernimento spirituale: “Quando il mare è agitato non si vedono i pesci, ma quando il mare è calmo si possono vedere”. E commenta: "Mai potremo fare un buon discernimento, vedere la verità, se il nostro cuore è agitato e impaziente. Mai". Quindi prosegue: 

Nelle nostre comunità occorre questa pazienza reciproca: sopportare, cioè portare sulle proprie spalle la vita del fratello o della sorella, anche le sue debolezze e i suoi difetti. Tutti. Ricordiamoci questo: il Signore non ci chiama ad essere solisti – ce ne sono tanti, nella Chiesa, lo sappiamo; no, non ci chiama ad essere solisti, ma ad essere parte di un coro, che a volte stona, ma sempre deve provare a cantare insieme.

Guardare al mondo con misericordia
La pazienza va vissuta anche nei confronti del mondo, e questo è il terzo luogo. Il Papa torna al comportamento di Simeone e di Anna che non si lamentano con il Signore “per le cose che non vanno, ma con pazienza attendono la luce”.

Abbiamo bisogno di questa pazienza, per non restare prigionieri della lamentela. Alcuni sono maestri di lamentele, sono dottorati in lamentele, sono bravisimi a lamentarsi! No: la lamentela imprigiona: “il mondo non ci ascolta più” – tante volte ascoltiamo questo –, “non abbiamo più vocazioni, dobbiamo chiudere la baracca”, “viviamo tempi difficili” – “ah, me lo dica a me!”: così incomincia quel duetto delle lamentele ... A volte succede che alla pazienza con cui Dio lavora il terreno della storia e anche lavora il terreno del nostro cuore, noi opponiamo l’impazienza di chi giudica tutto subito. Adesso o mai: adesso, adesso, adesso. E così perdiamo quella virtù, la piccola ma la più bella: la speranza. Tanti consacrati e consacrate ho visto che perdono la speranza. Semplicemente per impazienza.

La coraggiosa pazienza di esplorare strade nuove
Papa Francesco invita le persone consacrate a farsi un esame di coscienza alla luce delle cose dette che suonano come “sfide per la nostra vita”, una vita che non può rimanere ferma. C’è “bisogno della coraggiosa pazienza di camminare”, ascoltando i suggerimenti dello Spirito Santo, conclude il Papa, che invita a chiedere a Dio la pazienza di Simeone e di Anna “perché anche i nostri occhi possano vedere la luce della salvezza e portarla al mondo intero”.

No al chiacchiericcio, sì al senso dell'umorismo
Al termine della celebrazione, indirizza al Papa un breve saluto, carico di gratitudine, il cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. E Francesco a sua volta ringrazia il porporato e tutte le consacrate e i consacrati per quanto operano nel mondo, per la loro testimonianza in un tempo difficile anche a causa del Covid: " ci vuole pazienza" anche per questa situazione. Poi rivolge due raccomandazioni utili, dice, per la vita comunitaria. La prima è fuggire dal chiacchiericcio, l'altra è non perdere il senso dell'umorismo:

E’ l’anti-chiacchiericcio: saper ridere di sé stessi, delle situazioni, anche degli altri – con buon cuore – ma non perdere il senso dell’umorismo e fuggire dal chiacchiericcio. Questo che io vi raccomando non è un consiglio troppo clericale, diciamo così, ma è umano: è umano per portare avanti la pazienza. Mai sparlare degli altri: morditi la lingua. E poi, non perdere il senso dell’umorismo: ci aiuterà tanto.

Le ultime parole sono ancora di incoraggiamento pensando alle tante difficoltà, al dolore davanti alla mancanza di vocazioni. "Avanti, - esorta - coraggio: il Signore è più grande, il Signore ci vuole bene. Andiamo dietro al Signore".

Adriana Masotti 

fonte: www.vaticannews.va





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