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Papa a Palermo per ricordare Puglisi: la gioia dei familiari

13/09/2018

“La visita di Papa Francesco qui a Palermo, nel 25mo dell’assassinio di mio fratello Pino Puglisi, è per noi familiari una grande gioia. Ci riempie di orgoglio e ci dà una grande emozione. Siamo in attesa di questa visita che è per noi quasi inaspettata”. A parlare è Francesco Puglisi, il fratello minore del Beato Giuseppe Puglisi, martire per mano mafiosa nel quartiere Brancaccio il 15 settembre del 1993. Proprio per ricordare questo sacerdote palermitano, primo martire della criminalità organizzata, il Papa visiterà il capoluogo siciliano sabato prossimo.

Non è più nostro, è di tutti
“Pino era mio fratello per me, lo zio per i miei figli e il cognato per mia moglie”, spiega Franco Puglisi. “Lui era la mia famiglia, era un punto di riferimento importante per tutto noi. Quando a un certo punto ce l’hanno ucciso è stato, per noi, come se ce l’avessero strappato violentemente”. “Ma di solito, quando muore un congiunto, i familiari seguono il feretro ai funerali, lo vanno a trovare al cimitero. Nel nostro caso, invece, ci è stato quasi impedito o è stato molto difficile: come se non fosse più nostro. E – in effetti – ora ci siamo resi conto che nostro fratello Pino è di tutti”.

La capacità di incontrare i giovani
“Molti si chiedono da dove nascesse la capacità di mio fratello Pino di attrarre i ragazzi. Io credo che in parte dipendesse dalla sua grande cultura: perché Pino studiava tantissimo, leggeva tantissimo. Dormiva pochissimo e il tempo libero lo dedicava allo studio. Pensate che leggeva anche mentre mangiava, perché non aveva altro tempo disponibile. Leggeva soprattutto libri di psicologia, pedagogia, teologia: tutto ciò che poteva aiutarlo a dialogare con chiunque, non solo con i ragazzi”. “Ma, a prescindere dalla sua preparazione, - spiega Franco Puglisi - la sua capacità di attrarre i giovani nasceva dal carattere. Mio fratello Pino aveva soprattutto una grande capacità d’ascolto, una qualità che si riscontra difficilmente tra le persone”.

‘Solo un povero prete’
“Mio fratello era stato minacciato, senza dubbio, più volte dalla mafia. Ma lui con noi familiari non ne parlava o sminuiva la cosa. Quando ci capitava, attraverso la stampa, di venire a conoscenza delle minacce che aveva subito, lui ci diceva che non era nulla, di non preoccuparsi. Ci diceva: ‘Ma in fondo cosa possono farmi? Sono solo un povero prete’. ‘Al massimo possono uccidermi’, e lo diceva, sorridendo, quasi scherzando”.

Fabio Colagrande



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