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“L’audacissimo volo”, Paolo VI e la notte della Luna

20/07/2019

20 luglio 1969. Tre uomini sfidano con successo l’ignoto e rendono la terra una “soglia aperta all’ampiezza di spazi sconfinati e di nuovi destini”. Così un emozionato Paolo VI benedice l’impresa dei tre astronauti americani pochi istanti dopo aver assistito in tv all’allunaggio. Il ricordo dell’impresa nelle parole, e qualche aneddoto, dei protagonisti

“Onore a voi, uomini artefici della grande impresa spaziale!” La misura che ne distingue i gesti e la compostezza del ruolo lo trattengono dal lasciarsi andare ad atteggiamenti più disinvolti, che invece animano altri salotti in quello stesso istante e fanno esplodere di urla e abbracci il Centro controllo di Houston, negli Stati Uniti. Ma certamente esulta Paolo VI, come i tecnici della Nasa, come milioni di spettatori davanti al bianco e nero dei teleschermi. La notizia giunta dal Mare della Tranquillità genera un oceano di entusiasmi. The Eagle has landed, “L’Aquila è atterrata”, annuncia con ovattata professionalità la voce che arriva dalle colonne d’Ercole del silenzio lunare. “Ha toccato!” echeggia dall’Italia il giornalista Rai Tito Stagno, che ha raccontato live lo scandire dei metri che separavano il LEM dalla polvere del satellite. E lui, Papa Montini, emozionato, dalla Specola Vaticana intona poco dopo un inno che lega l’Autore degli abissi agli uomini che fecero l’impresa di valicarli. “Onore a tutti coloro che hanno reso possibile l’audacissimo volo!” (Guarda Paolo VI, ripreso da una telecamera Rai, che assiste all’allunaggio dell’Apollo 11)

Benigna burocrazia
Audace lo era certamente Neil Armstrong, che prima di diventare astronauta era stato pilota di guerra in Corea e poi collaudatore di velivoli sperimentali, scampando con abilità e fortuna a molti incidenti causati da apparecchi strutturalmente incompiuti. Insomma, aveva l’intelligenza giusta, Neil, per testare macchine più ambiziose e per questo, quando nel ’61 la Nasa lancia il “Programma Apollo”, si candida con molta eccitazione. Ma la Luna non avrebbe conosciuto l’impronta del suo piccolo grande passo, e la storia oggi non lo celebrerebbe, se non fosse per una mano furtiva e amica. Quando Armstrong invia la documentazione alla Nasa, il primo giugno ’62, i termini per la presentazione sono scaduti da una settimana. Solo l’occhio attento di un collega – che vede il fascicolo e lo infila in mezzo agli altri giunti in tempo – permetterà al giovanotto dell’Ohio di diventare “The first man on the moon” ("Il primo uomo sulla luna").

Comunque primo
Si dice che la storia non ricordi mai o quasi quelli arrivati secondi, ma in fondo dipende secondi dove. Edward Buzz Aldrin è l’eccezione da manuale. Originario del New Jersey e coetaneo di Armstrong, Aldrin è il secondo uomo a fare l’impossibile, 19 minuti dopo il suo comandante. Ma molto più del “primo uomo”, è lui – il secondo – a incarnare l’icona del “moonwalker”. In quasi tutti gli scatti che conserviamo e che documentano la prima passeggiata lunare, è Aldrin l’immortalato, dentro la sua tuta immacolata e il casco lucente che spiccano nitidissimi contro il fondale nero dello spazio. Questo perché, ricorderanno entrambi, il minuzioso addestramento non aveva previsto chi dovesse fare le foto e andò che lassù la fotocamera fosse in mano soprattutto ad Armstrong (il quale peraltro un giorno commentò con grazia: “Ho sempre detto che Buzz era il più fotogenico dell'equipaggio”). Così come non meno intenso dell’epico “That’s a small step for a man, a giant leap for mankind” di Armstrong  ("E' un piccolo passo per un uomo, un salto gigante per l'umanità") è il commento che Aldrin riserva allo scenario che ha davanti, dopo averlo contemplato in silenzio per un po’: “Magnificent desolation”. ("Magnifica desolazione")

Americano a Roma
Non era in lizza per scendere la scaletta dalla Terra alla Luna, ma essere messo fuori gioco da un disco che non sia volante può essere piuttosto frustrante per un astronauta.  È quello che accade a Michael Collins quando, l’anno prima della grande missione, perde il posto di pilota sull’Apollo 8 per un’ernia del disco, una piccola menomazione per una persona qualsiasi ma un grande handicap per un uomo delle stelle. Collins – 39.enne come gli altri due e nato a Roma perché nel ’30 il papà era di stanza all’ambasciata in Italia – è però il migliore sul funzionamento del Columbia, la capsula destinata a orbitare attorno alla Luna in attesa del ritorno del LEM. E anche senza la ribalta tra i crateri grigi, Collins colleziona pure record in orbita. Lui è il “terzo” del gruppo degli immortali ma sarà il primo uomo a trovarsi in condizioni di “più lontano dalla Terra”, una sorta di Adamo in volo attorno a un Eden che non può toccare.
“ Onore, saluto e benedizione a voi, conquistatori della Luna, pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni! ”

Pensieri sull'impensabile
Tra la Luna e i falò dell’esaltazione collettiva, l’odissea nello spazio riprende la strada di casa quello stesso 21 luglio. La notte prima dello splashdown nel Pacifico, il 23, una diretta televisiva permette ai tre esploratori lunari di abbandonare per qualche istante la prosa monocorde delle procedure di volo per raccontare qualcosa dell’ineffabile appena vissuto. Tre modi diversi di dire grazie. Per Collins tutto è stato possibile “solo attraverso il sangue, il sudore e le lacrime di un numero di persone”. Armstrong arriva a ringraziare perfino la tuta spaziale e lo zaino, “la nostra piccola astronave sulla superficie lunare”. Aldrin appare il più introspettivo, ancora rapito dalla fascinazione di aver superato una soglia impensabile. Personalmente, dice, “mi viene in mente un versetto dei Salmi. ‘Quando considero i cieli, l'opera delle tue dita, la luna e le stelle, che hai ordinato, che cos'è l'uomo che ti ricordi di lui?’”. Una preghiera che sembra librarsi anch’essa in assenza di gravità verso il suo Destinatario, portando con sé l’eco di quella di Paolo VI: “Onore, saluto e benedizione a voi, conquistatori della Luna, pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni! Portate ad essa, con la vostra viva presenza, la voce dello spirito, l’inno a Dio, nostro Creatore e nostro Padre”.
Si ringraziano le Teche Rai per la gentile concessione del video di Papa Paolo VI.

Alessandro De Carolis 

fonte: www.vaticannews.va



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