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SGUARDO NELLA PAROLA

17/05/2017

La debolezza di fare le cose da sé stessi!

Ogni credente che si nutre di vangelo ha il dovere spirituale di portare nel contesto dove opera l’annuncio quotidiano della Buona Novella. Lo deve fare senza vergognarsi; senza mai assurgere a predicatore di turno; né tantomeno imponendo il suo punto di vista o mostrando un atteggiamento supponente. 
Si deve donare all’altro “con cuore puro e con coscienza retta”, con la certezza che la sua azione sia luce fondamentale per la salvezza di chi gli sta accanto. Ma è anche opportuno che rifletti su alcuni interrogativi centrali per il suo cammino di fede.  Occorre affidarsi solo e sempre al vangelo inteso nello Spirito Santo? 
Oppure è utile farsi guidare dalle tante regole attuali, intrise di un generico buon senso, di una pastorale che più volte tende a tralasciare l’invito alla conversione, omettendo persino proposte di verità e grazia? Le domande poste sono molto serie, perché trovano riscontro nelle pagine del vangelo in due contesti ben distinti.
In diverse occasioni Gesù, dopo averli apostrofati, si allontana da scribi e farisei, continuando altrove la sua missione.  Prima e dopo la resurrezione è sempre il Figlio dell’Uomo che comanda ai discepoli di annunziare la Parola, invitando ognuno alla conversione con la precisa disposizione di scuotere i sandali se non fossero stati presi in debita considerazione. 
Questi due esempi ci aiutano a capire come sia sempre necessario per un credente testimoniare la Parola per la conversione dei cuori, ma anche come nell’altro non bisogna mai fagocitare la sua scelta. Quest’ultima deve sempre esprimersi in piena libertà e chiara consapevolezza. A questo punto è giusto capire quale deve essere il nostro comportamento. 
Possiamo lasciare qualcuno che non vuole ascoltarci per continuare altrove la nostra missione? Siamo in grado di decidere se sottrarlo o meno dalla Parola? I quesiti non sono semplici e la soluzione in proposito è ben sapientemente rappresentata in uno scritto del mio maestro spirituale: 
“Alla domanda non c’è risposta di regola pastorale predefinita, prestabilita, predeterminata. Questa decisione non spetta al missionario del Vangelo. Spetta allo Spirito Santo con il quale il missionario di Cristo Gesù sempre deve camminare e da Lui lasciarsi muovere. Se non si è nella comunione dello Spirito Santo ci si reca dove Lui non manda e ci si ritira lasciando, quando Lui vuole che si resti. 
Per questo urge che sempre il missionario sia spinto, mosso, condotto dallo Spirito che ha mosso e guidato Gesù Signore in ogni sua decisione e spostamento. Nella pastorale le decisioni non le prende mai il missionario, ma sempre lo Spirito del Signore. Niente deve essere fatto nella pastorale senza lo Spirito Santo di Dio”.
Ritorna al centro il fatto che l’uomo non può fare le cose da sé stesso, ma deve sempre affidarsi alla grazia celeste. In questo caso deve saper interpretare la voce dello Spirito, l’unico in grado di guidare i giusti passi. Andare o restare? Ognuno avrà da appagare un tale dubbio. Non è il cuore umano che può rispondere, né tantomeno l’istinto del momento. Bisognerà pregare, attendere e la risposta arriverà puntuale, forse inaspettata.

Egidio Chiarella




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