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SGUARDO NELLA PAROLA

11/08/2017

La scalata sociale di gelosia, invidia e demagogia

Gli antichi mali sociali, si ristrutturano, si innovano e si preparano a minare una società che senza una forte motivazione cristiana, a mio avviso, rischia di perdere la giusta considerazione dell’altro. In questo nostro tempo “gelosia e invidia”, e di conseguenza “demagogia”, assumono una frequenza generale sempre più irruente rispetto al passato, specie se approdano nei palazzi istituzionali a qualsivoglia livello. Si parla ormai dell’intreccio tra invidia e gelosia quale nuovo malesociale. Uncarburante inquinantedi cui fa uso la nuova demagogia, lanciata a conquistare i primi posti dell’hit parade dei tanti populismi odierni.
Una insidia seria per l’uomo reso così più debole e artefice della propria e altrui rovina. L’innesto sociale tra invidia e gelosia non risparmia alcun ambiente. Fiorisce in ambito politico, finanziario, religioso, nei luoghi di lavoro, tra gli amici, in famiglia, ecc. Solo una fede matura e un sano equilibrio interiore sono in grado di porre un argine sicuro, permettendo a chiunque di non essere vittima di un abbraccioesteriormente propiziante e accattivante. Scrive il teologo Mons. Di Bruno: “Per chi dovesse abitare nella casa dell’invidia e della gelosia per molti anni è un inferno sulla terra. Non c’è pace. Non c’è serenità. Non c’è gioia. Non c’è vita. Neanche si può compiere bene il proprio lavoro. Tutto viene interpretato, trasformato, letto, compreso a partire da questo male potente che rosicchia il cuore, dilania la mente, fa esplodere l’anima, annienta lo spirito”. 
Papa Francesco non poteva non avere in proposito accenti molto chiari ed eloquenti: “La gelosia è “una malattia” che torna e porta all’invidia. Cosa brutta è l’invidia! E’un atteggiamento, è un peccato brutto. E nel cuore la gelosia o l’invidia crescono come cattiva erba: cresce, ma non lascia crescere buon’erba. Tutto quello che gli sembra di fargli ombra, gli fa male. Non è in pace! E’un cuore tormentato, è un cuore brutto! Ma anche il cuore invidioso porta ad uccidere, alla morte. E la Scrittura lo dice chiaramente: per l’invidia del diavolo è entrata la morte nel mondo”. Parole forti quelle del teologo calabrese e del Santo Padre che ci fanno comprendere come questi due aspetti interiori dell’animo umano possano danneggiare la società odierna. Non avere una cosa oggi spesso non induce l’interessato a cercarsela, ma a desiderare di farla perdere a chi la possiede.
È proprio questa l’anticamera della demagogia che imperversa nelle nostre televisioni o sui social. Viene facile alla politica parolaia, ad esempio, proiettata al consenso populista, proporre una eguaglianza al ribasso.  Si toglie a chi possiede, al di là dei diritti maturati e delle condizioni personali raggiunte, non per dare a chi non ha, ma per illudere i più debolisenza dar loro prospettive concrete. Alimentare l’invidia sociale, in assenza di traguardi migliori per il benessere comune,non è altro oggi che il tentativo di far esplodere una bomba ad orologeria che può travolgere ogni cosa, ad iniziare dai suoi ispiratori. La demagogia è da sempre la falsa regina della insofferenza generale che trova nutrimento nella rabbia collettiva. Gesù stesso viene consegnato a Pilato per invidia. L’uomo di governo romano lo capisce, ma la sua pusillanimità gli impedisce di rifiutare la richiesta dei farisei del luogo. 
Mai consegnare alle chiacchiere da “Bar” o all’invidia sociale, aizzata dai “farisei” di turno, un qualcuno ritenuto più fortunato di noi o una qualunque questione che tenda a cancellare vecchi orizzonti, piuttosto che a ridisegnare nuovi e giusti! Sulla disgrazia altrui non è mai sorta la felicità di alcuno. Finito l’effetto inebriante di una qualsiasi azione pubblica o privata “all’indietro”, non mancheranno le “rivalse” che il contrappeso naturale muove nel segno di una ontologia che tutto precede.Invidia e gelosia restano le scorciatoie collaudate che riempiono la “pancia” nell’immediato di chi le mette in atto e di chi le sostiene, ma che tardano il vero progresso e quell’equità sociale di cui ognuno si fa paladino per catturare la benevolenza popolare. 
Un vero disastro che impedisce la redenzione dell’uomo o quantomeno la ritarda, impoverendo la storia, nonostante il luccichio delle sue scoperte materiali. In propositofa riflettere un pensiero di Mons. Di Bruno,probabilmente difficile a “digerire” per le dinamiche impazzite di un mondo privo di una vera bussola di riferimento, se non l’utilizzo di ogni conquistadell’uomo per una visone della storia da sé stesso.“Tutto ciò che siamo, tutto ciò che l’altro è, ha, possiede, è per grazia, per benevolenza, per bontà, per misericordia del Padre suo. Se uno è ricco, è perché il Padre gli ha concesso la ricchezza. Vuole che si salvi da ricco. Se uno è povero, è perché il Padre gli ha fatto dono della grandissima grazia della povertà. Lui dovrà salvarsi da povero e non da ricco. Se un altro ha raggiunto vertici altissimi, anche questo è dono di Dio. Se un altro ancora è rimasto nella sua umile condizione, è questa la via per lui per raggiungere il Regno dei Cieli. Se non si parte da questa verità di fede, cadiamo nell’invidia ed è la fine per noi”.
Chi ha responsabilità pubbliche, specie se cattolico, è pronto a muoversi nel contesto qui rappresentato ispirandosi al pensiero cristiano, senza vergognarsi delle sue idee e convinzioni?
Egidio Chiarella



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