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SGUARDO NELLA PAROLA - I “frutti cristiani” che liberano la società dagli affanni

04/11/2017

“Il frutto rivela la natura di qualunque essere umano”. E’ questa una regola che Gesù consegna al mondo per l’eternità e che oggi spesso viene svuotata dal suo profondo significato, legandola ad elaborazioni personali e convenienze estemporanee. Da essa però non si scappa, perché unica nel consentire di conoscere la bontà e la cattiveria; la verità e la falsità; la sapienza e la stoltezza; la santità e la malvagità, appartenenti al genere umano. La prudenza, l’accortezza e la responsabilità non devono mai mancare in qualunque azione personale, perché ovunque ci si può imbattere in chi della corruzione o di altre forme di dissolutezza ne abbia fatto la propria “norma” di vita. Se si entra nella profondità dei risultati che provengono da un soggetto del genere, diventa naturale comprendere ciò che si deve affrontare con l’animo di chi ha l’impegno etico e spirituale di raggiungere obiettivi positivi per sé e per il prossimo. 
Osservare con attenzione e in ogni modo quali frutti l’altro produce consente buone pratiche, protese a scuotere l’attenzione alterata altrui e nello stesso tempo a rigenerare nuove possibilità per una partenza produttiva ed efficace in ogni campo. La grave questione che oggi opprime il cammino del mondo, pur tra suoni e luci ipnotizzanti, è l’aver ridimensionato il valore del benessere comune ad ogni livello o articolazione comunitaria. Così l’ambiente viene violato nella sua armonia di base; il ricorso al nucleare diventa oggetto di rivendicazione di onnipotenza territoriale; i fenomeni di equilibrio tra i popoli di interi continenti vengono governati con uno sguardo diretto solo a ristretti contesti; la politica perde la visione cristiana della storia e si consegna ad una autarchia di mercato che isola complesse e rappresentative identità periferiche; la misericordia e il perdono, quali strumenti relazionali indispensabili per la pace sociale, assumono un valore etico e filosofico, disdegnando quell’atto di fede da cui invece provengono e precedono l’uomo. 
In tale eterogenea cornice è difficile riportare al centro delle attività umane il senso alto della riconciliazione e della ricostruzione, quali sentieri necessari per la risoluzione di ogni conflitto. Bisogna perciò mettere in atto forme di presenza consapevole, per ridurre la tendenza a minimizzare o a “raffreddare” complesse questioni temporali che evitano di riconoscere evidenti “frutti” di morte e di particolare svantaggio collettivo. La stessa indifferenza di fronte a stragi; a manipolate gestioni amministrative; a ruberie locali, nazionali ed internazionali; a violazioni del valore ontologico della natura nelle sue diverse articolazioni, ecc., spinge a rimettere la Parola del Signore al centro dell’opera dell’uomo. La saggezza cristiana ci ricorda che “Gesù chiede ad ogni suo discepolo un amore grande. 
Esso consiste in una piccolissima regola da applicare per tutti i giorni della nostra permanenza sulla terra. Ognuno è chiamato a mettere ogni cura, ogni impegno, ogni zelo a liberare il suo corpo, il suo spirito, la sua anima da ogni peccato, vizio, pensiero non santo e non buono”. Necessita partire dalle proprie incongruenze, qualsiasi sia il ruolo occupato, migliorandosi nell’assunzione di quei principi che l’insegnamento evangelico ha posto al servizio di una umanità da evolvere, redimere e salvare. La società odierna ha un quotidiano bisogno di una perfetta esemplarità che ha in sé l’antidoto per correggere e tutelare nella fraternità più pura le storture che ci circondano. Nel sesto capitolo di Luca il Figlio dell’uomo in proposito insegna: “Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. L’esempio va poi accompagnato da una costante scelta dell’adesione ai principi cristiani, semi sicuri per un raccolto di qualità che libera le nostre società da ogni affanno.

Egidio Chiarella



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