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Carmela Borelli, una “mamma coraggio” di Sersale

25/01/2018

Doveva essere una donna, una mamma, a rendere celebre in ogni contrada d’Italia il nome di Sersale, comune della Presila Catanzarese ancora poco noto anche nella stessa Calabria. Protagonista di un singolare gesto di amore materno tipico di ogni mamma di buona volontà fu proprio una figlia di Sersale, Carmela Borelli, un’umile contadina, nella fatale giornata del 21 febbraio 1929. 
In quel tempo Sersale, paese montano di circa seimila abitanti, portava i segni dell’antica civiltà contadina, povera di risorse ma ricca di valori morali e religiosi. Carmela Borelli, come tante sue compaesane, si dedicava assiduamente alle faccende domestiche nella sua angusta dimora del centro storico e anche ai lavori agricoli accanto al marito, senza risparmiare sacrifici ai figli, anch’essi abituati, sin dalla più tenera età, a condividere le fatiche dei genitori. 
In diversi momenti dell’anno dimorava in un rustico locale della “marina” ionica, insieme ai figli più piccoli, per attendere ai lavori agricoli alle dipendenze di un proprietario terriero; il marito la lasciva spesso, perché impegnato al pascolo del gregge in altre contrade. 
Quel 21 febbraio 1929 decise di partire nella tarda mattinata con due asini carichi anche di grano, per raggiungere il paese, dove avrebbe potuto fare il pane e portare un pezzo di panno di “frandina” (che aveva gelosamente conservato) a un sarto, perché le confezionasse un nuovo “gunnellino”; aveva con sé i figli più piccoli: Costanza di 9 anni e Francesco di 5. 
La comitiva aveva percorso alcuni chilometri  della mulattiera, tutta ciottosa scoscesa che  portava al paese, quando il cielo cominciò improvvisamente ad oscurarsi; mentre un gelido vento di tramontana faceva cadere soffici fiocchi di neve. 
La povera donna affrettava il passo, ma tutto sembrava che scongiurasse contro di lei: il vento diventava sempre più forte, la neve cadeva con intensità e, in breve, una terribile bufera investì madre e figli. 
I bambini, intirizziti dal freddo, rispondevano alle premurose sollecitazioni della mamma e camminavano affannosamente, proteggendosi con i miseri vestitini dalle raffiche del vento; ma presto non furono in grado di camminare. La mamma, in preda della disperazione, se ne prese uno in braccio e continuò la marcia, inerpicandosi lungo la ripida e fangosa strada: la sua resistenza e la sua forza furono superiori a quelle degli asini, uno dei quali, anche per il pesante carico, non fu più in grado di continuare il cammino e, nei pressi del luogo detto “I tri cavunielli”, si accasciò al suolo, morendo poi assiderato. 
La perdita dell’animale e del suo prezioso carico aumentò la disperazione della donna; ma ormai non c’era altro tempo da perdere: la sua vita e, soprattutto, quella dei bambini, valevano più di ogni altra cosa. 
Un contadino, Felice Torchia fu Serafino, che percorreva la stessa strada per il ritorno, visto l’accaduto, la esortò ad abbandonare anche l’altro asino, per camminare  con maggiore sollecitudine e mettersi in salvo con i figli; ma lei, sebbene esausta per il freddo e per l’ansia, non ascoltò tale invito. Con tutte le energie tentò quindi di percorrere, tirandosi anche l’asino, l’ultimo tratto di strada per arrivare al paese, che da lontano, di tanto in tanto, appariva in mezzo alla bufera, ormai ammantato di neve come un tipico presepio. 
I bambini, però,  non resistevano più al gelo e alle violente raffiche di neve e presto divennero freddi, mentre i loro occhi davano il segno dell’assideramento. 
La mamma, con forza istintiva, tentò l’impossibile: si tolse gran parte delle sue vesti e ne coprì i piccoli, in modo che la furia del gelido vento non continuasse a colpirli. 
Così denudata ed esposta ai rigori del freddo, la sventurata si trascinò a stento col dolce fardello del piccolo Francesco fin quasi alle prime case dell’abitato, nel luogo un tempo denominato “E’ Nave”, al piedi del monte Crozze sormontato allora (quando non era stata ancora edificata la chiesetta) soltanto dalla croce piantatavi alla fine del 1600 dal beato Antonio da Olivadi. 
Ma le sue energie erano ormai consunte e le gambe, stanche e gelate, non le consentirono più di camminare: si accasciò a terra ai piedi di un annoso  albero di castagno; mentre la tormenta di neve infuriava ancora implacabile e minacciosa. 
Aveva di fronte la “Conicella dei zanchi”, un tabernacolo con intonaco rossiccio recante l’immagine della Vergine, edificato dalla pietà popolare, come tanti altri presenti lungo le strade rurali. 
Pur consapevole che la sua vita stava per esaurirsi, cercava ansiosa un riparo dalla neve per i suoi piccoli: volse il debole sguardo intorno, ma non trovò alcun aiuto, né la sua voce poteva essere udita da qualcuno. 
Allora compì l’ultimo atto della sua tragedia: voltatasi opportunamente, difese i bambini dal rigore della bufera, riparandoli con il proprio corpo seminudo. 
La neve, continuando a fioccare, coprì presto la madre e i figli, che da lontano solo a stenti potevano essere intravisti. 
Felice Torchia intanto, arrivato in paese, bussò alle porte delle prime case, avvertendo gli abitanti di correre subito in soccorso di una donna, che lui aveva lasciato in difficoltà lungo la strada, in mezzo alla tempesta con i figlioletti. 
Subito alcuni pietosi compaesani (Megna Giuseppe, Riga Carlo e Cavallaro Luigi), nonostante l’imperversare  continuo della bufera, accorsero sul luogo e trovarono Carmela adagiata sulle neve, che la copriva leggermente, con la vita quasi spenta e i figlioletti avviticchiati alla madre, intirizziti e gelidi, ma salvi per il sacrificio di lei. 
I soccorritori, commossi per la scena, portarono subito in salvo i bambini in una casa adibita a panetteria all’inizio dell’abitato. 
Uno dei soccorritori poi, Cavallaro Luigi, portò a spalle la povera madre in una baracca di Lia Salvatore all’ingresso del paese. 
Qui, adagiata su un improvvisato giaciglio, i soccorritori tentarono di rifocillarla, mentre uno di loro, Gigliotti Pasquale, corse a chiamare il medito condotto, dott. Fortunato Servino, che abitava nella parte superiore del paese. 
Grande fu la meraviglia del medico quando aprì il portone di casa e vide Gigliotti che, tutto affannato, gli raccontava ogni cosa: quelle scarne parole furono comunque efficaci per indurlo a prendere la borsa e a raggiungere Carmela Borelli. Percorsero quindi insieme, il Gigliotti e il medico, tutti i vichi scoscesi e gelati e, giunti in via Indipendenza, passarono dalla caserma dei Carabinieri, per informare dell’accaduto il maresciallo.  Quest’ultimo, sentito il racconto, decise anche di seguirli.  Giunti, però, in piazza San Pasquale, una raffica di gelido vento fece cadere lontano sulla neve gli occhiali spessi dello stesso maresciallo: così persero altro tempo prezioso nella loro ricerca.  Quando, dopo averli trovati, giunsero nel rifugio dove era Carmela Borelli, dovettero constatare che la presenza del medico non era più necessaria: la povera donna, ormai in fin di vita, dopo aver esortato con flebile voce il dottore Servino a salvare i suoi bambini, esalò l’ultimo respiro alle ore 16.20, all’età di 46 anni. 
Il pietoso episodio commosse la popolazione e le autorità comunali ritennerò opportuno farlo conoscere anche a tutta la comunità nazionale. Così i giornali portarono la notizia in ogni contrada d’Italia. Efficaci furono le immagini apparse sulla copertina de “La Tribuna Illustrata”, disegnata da Vittorio Pisani, e sulla copertina de “Il Mattino Illustrato” di Napoli del 18 marzo 1929, disegnata da Ugo Matania. 
Tanti lettori rimase commossi, mentre le autorità nazionali iniziarono ad esaltare l’eroico gesto di “Mamma Carmela”, nel quale si vedeva illustrato in forma sublime l’ideale della maternità. 
Alle autorità di Sersale arrivarono anche offerte in denaro a  favore degli orfani; fra i benefattori si distinse, per generosità e cortesia, l’ing. Ugo Tommasini da Roma, che spedì al Podestà 5.000 lire, da conservare per i figli di Carmela su un libretto postale: “…così quando saranno cresciuti – scriveva lo stesso Tommasini – riceveranno da uno sconosciuto ammiratore dell’umile e meraviglioso sacrificio materno un piccolo dono, ch’essi considereranno venuto loro dalla madre stessa”. 
Ma il dono più significativo alla memoria fu il monumento in marmo offerto dalla “Piccole Italiane” di Milano, per interessamento del prof. Angelo Tortoreto, e sistemato su un blocco di pietra nera di Oggiono (Como), nella grande piazza di Sersale a lei subito intitolata. 
Il 14 maggio 1929 lo stesso Tortoreto, giunto espressamente da Milano, alla presenza dell’Arcivescovo di Catanzaro, del Prefetto e di Saveria Bianchi, sorella del Quadrunviro Michele Bianchi (Ministro e già Segretario del Partito Nazionale Fascista), consegnò  solennemente il monumento al Comune di Sersale. 
I discorsi di Tortoreto e del Prefetto, pronunciati nella grande piazza adiacente alla Chiesa e al convento di San Pasquale, entusiasmarono la popolazione ed ebbero un’eco anche a Catanzaro, il cui podestà deliberò l’iniziativa di far costruire, a spese del suo stesso comune, sul monte “Crozze” di Sersale, un alto faro, visibile da tutto il golfo di Squillace, per ricordare ai calabresi il nobile gesto di Carmela Borelli. 
A questa il comune di Cosenza intitolò, a sua volta, una scuola elementare che ancor oggi ne conserva la memoria. 
Anche il celebre poeta Vittorio Butera scrisse, nel dialetto di Conflenti, tanto vicino a quello di Sersale, una delle sue celebri liriche intitolata proprio “Mamma Carmela”, ricca di profondo “patos” e di calabresità. 
L’immagine poetica a noi però più cara è quella descritta nell’ode in stile neoclassico intitolata “Madre!” composta dal poeta sersalese Domenico Paoletti, allora insegnante nelle scuole elementari, ricordato con amore e riverenza da tanti suoi alunni ancora viventi. 
Dopo il 1929, Carmela Borelli, fu ricordata ogni anno a Sersale, con manifestazioni solenni, organizzate con il consueto rituale dei discorsi, delle folle entusiaste, delle sfilate al ritmo della marce musicali intonate dalla banda diretta dal maestro Tartaglione. 
Significativo rimane il discorso pronunciato, per la manifestazione del 1938, da Filippo dell’Agli, segretario del Sindacato dei Lavoratori dell’Agricoltura. Per tale discorso, stampato poi a Nicastro, il senatore Gennaro Marciano, insigne giurista napoletano ed elaboratore anche del codice penale, scrisse la prefazione, nella quale esaltava con vibranti parole la figura della Madre, come “… religione che non ha eretici né miscredenti”.   
Le pompose manifestazioni, e la retorica che le accompagnava, non tolsero nulla a Carmela Borelli, tanto che dopo la guerra il popolo di Sersale continuò a ricordarne l’esempio: a lei vennero intitolate, dopo la strada e la piazza, la scuola media legalmente riconosciuta, esistente dal 1950/51 al 1960/61, la scuola materna gestita dalle Suore dell’Immacolata di Ivrea, istituita nel 1923 e soppressa nel 1994, la scuola elementare da quando, nel 1962, tutte le classi furono sistemate nel nuovo edificio. 
Significative cerimonie commemorative ebbero poi luogo il 21 febbraio 1959 e il 20 ottobre 1979: la prima animata dai boy-scauts, per la ricorrenza del trentennale; la seconda, per il cinquantenario, con il proposito di collocare nell’omonima piazza un moderno monumento conforme al bozzetto predisposto dal famoso scultore Silvio Amelio. 
A nostri giorni, in cui la vita viene stroncata prima di nascere, quando si giustificano e si legalizzano le unioni contro natura degli esseri umani, Carmela Borelli rimane simbolo perenne di maternità. 

Michele Scarpino 







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